Warning: session_start(): open(/var/cpanel/php/sessions/alt-php84/sess_862bb448e32305993a1823e7f1b75f5a, O_RDWR) failed: No such file or directory (2) in /home/vincenz1/moniquevane.com/wp-content/plugins/pixelyoursite/includes/class-pys.php on line 310

Warning: session_start(): Failed to read session data: files (path: /var/cpanel/php/sessions/alt-php84) in /home/vincenz1/moniquevane.com/wp-content/plugins/pixelyoursite/includes/class-pys.php on line 310
4 Capitoli Blake - Monique Vane
Seleziona una pagina

LEGGI GRATIS

Blake Koch è il CEO inflessibile della Blake Koch Company, un impero finanziario che domina il cuore di New York. Nel mondo degli affari, lo conoscono come “il Mietitore”, un predatore aziendale la cui abilità nel conquistare società è leggendaria.
– Monique Vane

CAPITOLO 1

La moralità è qualcosa che si costruisce con il tempo.
La coscienza, invece, si forgia già dai primi mesi di vita.
Così come il sapere cos’è giusto e cos’è sbagliato, che viene appreso sin dai primi anni della nostra esistenza.

Automaticamente, mentre fisso la mia figura riflessa nello specchio, fasciato nel mio classico completo nero, con l’elegante camicia bianca e profumato come una donna che deve sedurre il suo amante, penso a quale delle tre cose subentrerà a far parte di me mentre acquisterò la millesima azienda sull’orlo del baratro, ma della quale, al momento, non so ancora nulla.

In realtà quelle tre cose mi appartengono da sempre, così come appartengono a tutti, ma è ovvio che in ciascun individuo percorrono strade diverse attraverso le esperienze che affronta.
Un assassino non avrà mai rimorsi di coscienza, la moralità non farà mai parte della vita di un drogato; così come chi è psicologicamente instabile non si interrogherà mai su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.

Tutto si confonde e non si riesce a definire, ed è questa linea sottile che determina chi siamo, che ci fa scegliere come vogliamo agire.

Le azioni definiscono il nostro Io, ma a volte le circostanze ci condannano a mostrarci diversi da come siamo in realtà.
Alcune azioni possono segnare parte del nostro cammino di vita, ma non la nostra vera natura. Tutto ci spinge verso ciò che saremo, e ciò che siamo oggi non equivale a ciò che saremo domani. Tutto cambia, tutto muta, tutto si confonde con passato, presente e futuro.

E io, Blake Koch, ne sono l’esempio lampante.

Mi dedico all’acquisizione strategica di aziende che si trovano in situazioni di difficoltà, spesso sull’orlo del fallimento. Attraverso un meticoloso processo di ristrutturazione e innovazione, le riporto a nuova vita, risvegliandone il potenziale sopito, per poi cederle con successo a nuovi investitori o gruppi industriali.

Pur figurando tra le persone più influenti e facoltose della vibrante metropoli di New York, con un volume d’affari che annualmente polverizza il muro dei cento miliardi di dollari, desidero ribadire con forza che il denaro non rappresenta la mia stella polare.
La mia ambizione più grande, la mia missione primaria e ineludibile, è di accrescere incessantemente il prestigio della Koch Company, inscrivendo il suo nome nella storia dell’industria con caratteri indelebili.

Alla soglia dei miei quasi quarant’anni, posso dire di avere tutto quello che un uomo può desiderare, e di essere tutto quello che una donna può volere.

Sono un fottuto magnate spietato e inarrivabile. Ovviamente non mi sono fatto il culo tutto questo tempo per nulla.

Dopo essermi sistemato i capelli per l’ultima volta, do un’occhiata al mio orologio da polso ed esco dal bagno, pronto per raggiungere il mio edificio che ospita la Blake Koch Company.

Il mio autista, Dam, mi aspetta fuori casa con la portiera dell’auto aperta. Gli rivolgo un gesto di ringraziamento, poi prendo posto all’interno della vettura e mi godo il paesaggio.

All’inizio, ero in competizione con un altro imprenditore che aveva un modo piuttosto spregiudicato di fare affari: smembrava aziende, le rivendeva e faceva un sacco di soldi.
Vedevo quella sua astuzia e quella sua capacità di ottenere successo in modo ambizioso, bramavo anch’io quel potere e quella ricchezza. È stato un momento di grande determinazione, una vera e propria scintilla che ha dato il via alla mia scalata verso il successo.
Ho studiato i suoi metodi, analizzato le sue strategie e fatto tesoro di ogni suo passo, e il risultato di questo intenso apprendimento è inequivocabile: sono diventato non solo bravo quanto lui, ma con il tempo e la perseveranza, ho raggiunto un livello di maestria che lo ha lasciato indietro.

Da lì, non mi sono più fermato: ho lavorato duramente, affrontando sfide e ostacoli, ma sempre con la ferma volontà di affermarmi come il migliore nel mio campo.
Alla fine sono riuscito a raggiungere traguardi incredibili avviando la mia azienda, pieno di sogni e ambizioni.
Oggi posso dire di aver raggiunto una buona parte del mio obiettivo, ma non ancora tanto da esserne soddisfatto.

New York è davvero sensazionale.
Le sue strade sono un vortice di vita, piene di gente che si affanna con determinazione per raggiungere il proprio obiettivo, creando un’atmosfera che mi coinvolge.
Le macchine che sfrecciano nel traffico con i loro suoni incessanti sembrano essere il battito pulsante di questa città che non dorme mai.
Il mix di colori formato dalle persone che con passo veloce camminano sui marciapiedi cattura il mio sguardo, che si sofferma soprattutto sulle donne eleganti e sulle loro gambe affusolate.
Chissà quali storie e sogni si celano dietro la loro ricercatezza.
Poi ci sono i tombini che fumano, i palazzi imponenti e maestosi che si ergono verso il cielo, tutte cose che contribuiscono a creare un paesaggio urbano affascinante e vibrante.
Sembra quasi che a ogni angolo ci sia un’avventura da vivere.

Mentre ci troviamo di fronte all’imponente stabile che è di mia proprietà, il Koch’s Building, apro la portiera e scendo dalla mia auto.
Sento ancora il rombo del motore che riparte in lontananza mentre, in un attimo, mi ritrovo già all’interno dell’ascensore che mi porterà nel cuore pulsante dell’edificio: il mio ufficio principale.

I piani scorrono mentre salgo inesorabilmente verso il mio, l’ultimo, quello che domina Central Park.
Da lì, posso far spaziare lo sguardo su tutta la città, proprio come il re della giungla che ho costruito con le mie mani, mattone dopo mattone.

Appena le porte metalliche si richiudono, voltandomi, mi accorgo di avere addosso lo sguardo di tre delle quattro donne presenti nella cabina.
Le prime due si sventolano la mano sul volto, l’altra è irrequieta, mentre la quarta mi dona il panorama del suo fondoschiena.
Sento quanto le faccio agitare quando sono al loro fianco, ma in questo momento non mi curo più di tanto delle loro reazioni, perché ho altro per la testa.

Continuiamo a salire di piano in piano e, a poco a poco, l’ascensore si riempie di altri uomini d’affari come me.
Tutte mi vogliono per il potere che emano, per la perfezione che rappresento, per l’uomo di successo che sono e perché ho molte attitudini.
Perché sono Blake Koch.

Arrivato all’ingresso dell’ufficio, le receptionist mi salutano in coro, alzandosi in piedi con un sorriso caloroso e rispettoso, riconoscendo la mia presenza e il mio ruolo.
Poi, senza perdere un colpo, tornano immediatamente al loro lavoro, dimostrando professionalità e dedizione.
Mi volto per andare nel mio ufficio e vedo Cam arrivare di corsa, con il suo passo deciso e il suo sorriso sfrontato.
Tiene in una mano il mio caffè ancora fumante, e nell’altra il tablet che rischia di cadere da un momento all’altro.

«Frena, o mi verserai il caffè addosso!» esclamo con tono deciso.

«Non lo farei mai, rovinare un abito di alta sartoria della Koch Company,» dice fermandosi a un passo dal disastro.
Cerca di prendermi in giro, ma lo guardo truce per non perdere la mia autorità ai suoi occhi.

«Chi dobbiamo distruggere oggi, Cam? Fammi sognare» esclamo con tono provocatorio mentre lui si avvicina.
Ora è impacciato, ha perso la sicurezza di prima e cerca di accendere il tablet con ancora il mio caffè in mano, che scivola pericolosamente verso il bordo della tazza.
Lo supero e mi dirigo nella mia stanza, lui arranca dietro di me.
Mi fermo a ridosso della scrivania, Cam posa la tazza e finalmente consulta l’agenda elencandomi gli impegni della giornata.
In effetti li ricordavo tutti, tranne l’ultimo: l’arrivo della nuova assistente che lo affiancherà nel suo lavoro.

«Avvisami quando la seconda assistente deciderà di palesarsi.»
La mia voce è ferma, decisa, e il tono di comando risuona con autorità, lasciando chiaramente intendere che non tollero ritardi o distrazioni.
Continuo a leggere i documenti, concentrato al massimo, sfogliando con cura ogni pagina, come se ogni dettaglio possa fare la differenza.
La mia attenzione è totale, e la mia mente lavora per assicurarsi che nulla sia sfuggito, anche se li ho già riletti dieci volte.

Dopo pochi secondi, in lontananza, sento Cam che rimprovera la nuova arrivata, con un tono autorevole e un po’ sfacciato, e attraverso le grandi vetrate lo intravedo mentre si muove con quella sua energia disordinata.
Tuttavia, lascio a lui il compito di dirle come ci si comporta nella mia azienda; io, nel frattempo, preferisco dedicarmi al mio lavoro e ricordarglielo più tardi, con calma e fermezza, quando sarà il momento.

CAPITOLO 2

 Qualche minuto prima…

 

Sono in ritardo per il mio primo giorno di lavoro. Il tra- sferimento è stato un disastro, il camion dei traslochi è arrivato stamattina, anch’esso in ritardo, mentre ero già in stazione per prendere la metro. Ho quindi chiesto alla mia coinquilina se poteva aspettare che avessero termi- nato.

Grazie a Dio ha accettato. Le devo un favore enorme, ma non potevo proprio ritardare.

Ho atteso impaziente la chiamata per questo lavoro come i bambini aspettano Babbo Natale, per non so quanto tempo, alla fine non ci speravo neanche più che mi dicessero di essere stata assunta, quindi di dare di me una cattiva impressione proprio il primo giorno non se ne parla. Soprattutto perché lavorerò per la Blake Koch Company. So cosa si dice in giro; che il capo, il signor Koch, sia un tipo esigente e severo con i dipendenti, ma non mi interessa. Non devo diventare sua amica ma di- mostrargli il mio valore lavorando con impegno, così po- trò pagare l’affitto e smettere di preoccuparmi per i soldi che mancano.

Purtroppo non ho una famiglia che mi sostiene, devo cavarmela da sola ma sono molto orgogliosa del poco che ho costruito con le mie sole forze, con fatica e ostinazione ma adesso, finalmente posso iniziare a respirare.

Spero solo di non fare figuracce. Ci tengo troppo a questo posto e a questo lavoro.

Scendo dalla metropolitana ed esco il più velocemente possibile dalla stazione. Una volta fuori corro a più non posso verso il grattacielo, cercando di non cadere e sfra- cellarmi dato il tacco dodici che indosso.

È il mio paio di scarpe buono. Le mie Louboutin del cuore. Quelle che indosso solo nelle occasioni speciali, per cui ho speso mezzo stipendio del mio ultimo lavoro per comprarle.

Gli ho fatto il filo per talmente tanto tempo che adesso non mi sembra vero poter indossare un paio di scarpe del genere.

Entro nel grande edificio tutta trafelata e accaldata, controllando ossessivamente l’orologio del telefono per accertarmi di non essere in un ritardo irreparabile. Ho il respiro accelerato e i piedi mi fanno male a causa dei tac- chi alti, non proprio adatti a una corsa, però cerco comun- que di risultare impeccabile. Mi trovo in uno dei luoghi più prestigiosi e importanti di New York, talmente gran- de da avere il potere di farti sentire come se fossi risuc- chiata in un vortice di eleganza e pienezza. Come se fossi solo un piccolo esserino insignificante. È tutto così per- fetto, anche solo in questo grande atrio, da rimanere sen- za parole. Alla reception, una ragazza dal forte accento spagnolo, mi dà il buongiorno con un gran sorriso sulle labbra e poi mi consegna il badge. Una volta ringraziata corro verso la folla di persone che attendono gli ascen- sori.

Quando ne arriva uno, prendo immediatamente posto all’interno, digitando l’ultimo piano, e ritrovandomi a di- viderlo con altre persone perfettamente vestite in abiti da lavoro. Trasmettono lusso allo stato puro.

Mi chiedo se siano dei semplici impiegati come me o dei dirigenti strapagati.

L’attesa è snervante, perché il mio piano non arriva mai, sembra una corsa infinita, dato che l’ascensore con- tinua a fermarsi a ogni piano per far salire altre persone e mi ritrovo così a indietreggiare ogni volta che entra qual- cuno, fino a sbattere contro il torace scolpito di un uomo.

«Mi dispiace, non volevo urtarla,» mi giustifico al- zando lo sguardo, cercando di sembrare il più tranquilla possibile. Mi volto e incrocio un paio di occhi di un color giada, mai visto prima d’ora. Sono così intensi e profondi che il mio respiro si ferma per un attimo. La loro bellezza mi toglie il fiato, come se mi avessero avvolta in un in- cantesimo, e rimango ferma a fissarli, incapace di disto- gliermi, come se il tempo si fosse fermato in questo istante. Quello sguardo ha un potere magnetico, mi fa sentire imprigionata, catturata dal suo carisma naturale anche senza che il suo proprietario dica una sola parola. Tuttavia, un campanello di allarme si accende nella mia testa, un senso di diffidenza che mi fa irrigidire i muscoli, come se qualcosa non fosse del tutto giusto.

«Mmmh.» La sua risposta è un mugolio, un suono breve e sfrontato mentre riduce gli occhi a due fessure, come se mi stesse studiando. La sua espressione è sfug- gente, quasi di sfida, e il suo sguardo mi fa sentire vulne- rabile, come se fosse in grado di leggere la mia mente.

All’improvviso, l’aria nell’ascensore diventa soffo- cante e lo spazio troppo stretto, un senso di oppressione mi avvolge. «Devo scendere.» Le parole dell’uomo arri- vano ovattate, lontane; le mie orecchie le percepiscono come un’eco distante. Lui invece sorride strafottente di- ventando ancora più bello. Il suo sorriso sembra voler sfi- dare il mondo, porta in sé una provocazione sottile e bef- farda. Con un luccichio malizioso negli occhi, mi spinge in avanti per passare.

«Questa è la mia fermata.» Mi dice e io di colpo ri- torno al presente, anch’io devo scendere. Ma il tipo avanza, e non posso fare altro che lasciarlo passare. Dopo mi faccio avanti per uscire anch’io, ma i presenti mi bloc- cano la strada e a nulla serve sgomitare e chiedere per- messo, l’ascensore riparte. Un grugnito di rabbia mi esce dalle labbra, forte e chiaro.

Merda!

«Primo giorno?» Domanda uno di loro.

«Si vede così tanto?» Chiedo tentando di nascondere il nervosismo.

«Andrà sempre meglio, non si preoccupi. Buona for- tuna!» Rispetto al mio piano, i due uomini scendono di due livelli.

Premo con rabbia il tasto dell’ultimo piano e final- mente lo raggiungo uscendo da quella che si è rivelata una trappola infernale.

Sento il cuore accelerare alla vista dell’imponente in- segna con la scritta a caratteri cubitali: Blake Koch Com- pany. I caratteri scelti sembrano urlare potere e determi- nazione, come se volesse imporsi su tutto il resto.

Mi fa sentire piccola.

Due ragazze alla reception, truccate in modo impec- cabile e con uno chignon perfettamente ordinato come quello delle ballerine di danza classica, mi osservano con un’espressione incuriosita e diffidente, come se fossi un pesce fuor d’acqua, e in fondo è proprio così: mi sento fuori posto, in questo ambiente raffinato e sofisticato. Le pareti delle stanze sono fatte di vetro trasparente, lasciano intravedere l’interno come se fosse un mondo a parte, un universo a sé stante. I pavimenti in marmo bianco italiano con venature nere e dorate aggiungono un tocco di ele- ganza senza tempo a un mondo di lusso e potere che sem- bra appartenere a un’altra realtà, lontana e affascinante che non ho mai conosciuto prima.

È un’esperienza che mi avvolge, che mi fa sentire ina- deguata ma anche incredibilmente viva, perché sto en- trando in un capitolo nuovo della mia vita.

Mi faccio coraggio e raggiungo la reception con passo elegante.

«Buongiorno, sono Amelia Sloan e sono qui per il mio primo giorno di lavoro.» La voce mi esce incerta, mio malgrado. Sento tutto il peso del privilegio di essere in questo posto.

«Dove diavolo ti eri cacciata, ti ho aspettato per dieci minuti alla tua scrivania, non si arriva mai dopo il capo, mai. Mi sono spiegato?» Mi trovo davanti un ragazzo ben curato con una capigliatura perfettamente acconciata e meticolosamente pettinata, il viso perfettamente pulito e senza l’ombra di barba, con un’espressione stizzita sul volto a intaccare la meravigliosa aura gay che lo avvolge. Il suo abito sembra uscito da una sartoria di lusso e mi pento di non aver indossato anch’io qualcosa di più ele- gante.

«Ha ragione, non succederà più.»

«Io sono Camden Read, ma puoi chiamarmi Cam. Devi essere qui prima del capo ogni giorno, non un mi- nuto di ritardo, va bene? Se si inizia alle otto, dovrai es- sere qui alle otto meno dieci. Se decide di arrivare alle sei di mattina, sarai qui alle sei meno dieci. Oggi la lascio passare, ma da domani non avrò nessuna pietà.»

 

Deve avere un ruolo importante qui dentro, in fondo è il primo assistente del Sig. Koch.

Mi mordo il labbro, maledicendomi per non aver in- dossato la gonna a tubino che mia nonna ha cucito con tanto amore qualche mese fa. Il mio guardaroba è tutto opera sua. Non sarà firmato ma è pieno di cura, sacrifici e piccole, silenziose rinunce. Tutto quello che ho ad- dosso, parla di lei e del nostro legame.

«Bene. Quello è il tuo posto, accomodati pure.»

Mi indica una scrivania elegante poco distante dalla sua. Sembra uscita da un catalogo, ordinata fino all’os- sessione.

«Cam!» La voce del capo oltrepassa l’interfono del te-

lefono che ho sulla scrivania.

«Il capo chiama, tu rispondi. Urla, tu corri. Affer- rato?»

Annuisco di nuovo, troppo intimorita per dire qual- siasi altra cosa, poi lo vedo dirigersi con passo deciso nell’ufficio del signor Koch e sparire dietro la porta.

Rimasta sola, guardo la sua scrivania. Mi faccio vin- cere dalla curiosità e mi avvicino. Il computer è acceso, sullo schermo una finestra aperta mostra l’agenda del si- gnor Blake Koch. Quest’agenda è un incastro perfetto di riunioni, incontri e pause pranzo.

Io sarei già svenuta ad avere un ritmo così serrato, ma presumo che un miliardario non diventi tale senza nes- suna fatica.

Inspiro profondamente; benvenuta nella giungla, Amelia.

La parte saggia di me mi dice di tornare al mio posto e aspettare il mio collega ma, ancora una volta, la curio- sità ha il sopravvento così scopro che a breve, il signor Koch sarà intervistato dal New York Times, ed è solo il

 

primo di una serie di impegni che una persona normale gestirebbe in una settimana.

Sento la porta del capo chiudersi e in un battibaleno ritorno alla mia scrivania. Cam entra nella stanza.

«Amelia, tesoro. La prossima volta che la tigre chia- ma, ti consiglio di entrare con me o non imparerai mai!» Esclama adagiandosi con grazia alla sua scrivania di fronte a me.

«Oh, scusami. Posso andare a presentarmi.»

«No, tesoro. Non lo farai. Sei solo la seconda assi- stente. Diavolo!»

«Va bene», mi limito a rispondere, e torno con il capo chino sul computer in attesa che mi dica cosa fare. Si alza e mi raggiunge.

«Ti mostro i programmi che usiamo e come devi or- ganizzare il lavoro. Fai attenzione perché non saranno ammessi sbagli.» Mi viene mal di testa a sentir parlare di catalogazione di aziende, conti bancari, rubriche…La voce del capo che esce potente dall’interfono ci inter- rompe. Mio Dio che carattere deve avere quest’uomo.

«Cam!» La voce del Sig. Koch è davvero un ringhio e

adesso ho capito perché Cam l’ha chiamato tigre.

«Forza tesoro, entriamo nella gabbia.» Mi alzo e gli vado dietro.

Appena varco la soglia dell’ufficio, resto ammutolita.

La vista che si apre davanti ai miei occhi è mozzafiato. Le vetrate si estendono da un angolo all’altro della stanza, incorniciando un panorama che sembra uscito da un sogno: grattacieli infiniti e in lontananza, Central Park che si staglia come un’isola verde nel cuore di Manhat- tan. L’ufficio è immenso: moderno, essenziale, elegante. Le tonalità fredde del grigio e del nero dominano l’am- biente, ma grazie alla luce del sole si trasformano in qual- cosa di sofisticato.

Una scrivania maestosa occupa il centro della stanza, minimalista ma imponente. Poco distante, un divano in pelle scura e un tappeto grigio dallo stile geometrico completano l’arredamento. In fondo c’è una porta chiusa che immagino conduca al bagno privato. «Wow…» mi sfugge sottovoce.

«Mi scusi, ma lei chi è?» Mi blocco all’istante. La voce alle mie spalle è profonda, ferma, autoritaria. Mi volto di scatto. Davanti a me c’è lo stesso uomo che ho incontrato in ascensore. Ha un fisico davvero imponente, sia per l’altezza che per le spalle larghe. Il completo scuro aderisce al suo corpo perfettamente, e come prima, il suo sguardo sembra volermi trapassare.

Mi immobilizzo per un istante, poi reagisco e tendo la mano.

«Sono Amelia Sloan, la sua seconda assistente. È un onore per me conoscerla. Mi chiedo se ogni tanto si ferma ad ammirare questo magnifico panorama.»

Mi sforzo di sorridere, sperando di nascondere l’agi- tazione che mi brucia sotto pelle.

Non risponde, si limita a stringermi la mano e osser- varmi. È davvero affascinante con la barba di qualche giorno che accentua la mascella scolpita e decisa. Ha una fossetta sul mento e il naso dritto e proporzionato. Su di esso, un paio di occhiali da lettura accentuano la sua espressione severa ma lo sguardo che mi percorre come se fossi un oggetto prezioso mi fa tremare le gambe e mi spinge a fare lo stesso, senza riuscire a frenarmi. Poi, come se io fossi evaporata, mi dà le spalle e mi ignora.

«Cam, procurami il bilancio dell’azienda di Park Avenue entro le dodici, prima del pranzo di lavoro. Non un mi- nuto più tardi.»

 

«Sarà fatto!» Non esisto più, o almeno così mi sembra perché inaspettatamente il suo sguardo punta nuova- mente su di me. «Una piccola osservazione, signorina Sloan. Tenga bene a mente che il sottoscritto ha occhi e orecchie ovunque, ed è difficile che gli sfugga qualcosa. Quindi ricordi che per me il rispetto degli orari è una cosa imprescindibile.»

Merda! Se n’è accorto. Non riesco a far altro che an- nuire e seguire Cam a testa bassa, pregando Dio che la giornata si concluda al più presto e nel migliore dei modi.

Raggiungo in tutta fretta la mia scrivania e rilascio un sospiro di sollievo. Cam si siede sulla mia scrivania.

«È un uomo molto sexy, lo so, e ho visto come l’hai guardato ma non pensare minimamente di provarci con lui. L’ultima assistente che l’ha fatto è stata cacciata via in malo modo. Tuttavia, non la biasimo, io gli sbavo die- tro da quando sono arrivato qui cinque anni fa, ma non è un fan del jambo!» Afferma facendomi sorridere.

Non ho mai pensato di provarci con il mio capo. Que- sto lavoro mi serve più del pane.

Anche se devo ammettere che è bello e sexy da mo- rire.

 

Intorno alle dieci, una donna bussa alla porta aperta del nostro ufficio. Cam non c’è, è andato a prendere dei documenti, così faccio io gli onori di casa.

«Prego, ha bisogno di qualcosa?»

«Buongiorno, sono Olivia River del New York Times. Sono qui per intervistare Blake Koch, può annunciarmi?» dice con tono impaziente.

È una donna avvenente con sofisticati occhiali da vista rossi e una cartellina sottobraccio; indossa tacchi spaven- tosamente alti e un tubino decisamente troppo stretto che le evidenzia il fisico snello. Sembra che si sia preparata apposta per attirare l’attenzione del nostro capo.

«Certo, mi segua».

Ostentando una sicurezza che non ho, busso con deci- sione alla porta del signor Koch. Al suo assenso autorita- rio abbasso la maniglia e mi paleso.

I suoi occhi si posano su di me per la frazione di un istante, per poi tornare a fissare il foglio che ha tra le mani. E anche se il contatto è stato breve, il battito del mio cuore risuona come un tamburo nella cassa toracica.

Datti una calmata, Amelia, per piacere.

«Mi dica, signorina Sloan.» Odina senza più alzare lo sguardo.

«C’è qui Olivia River del New York Times per l’inter- vista».

«La faccia pure accomodare.» Continua a prestare at- tenzione solo ai fogli che ha tra le mani. Mi sposto e in- vito Olivia River a entrare.

Lei mi sorpassa senza più degnarmi di uno sguardo e si avvicina al signor Koch per baciarlo e abbracciarlo con confidenza. Che si conoscano? In ogni caso la mia ipotesi era giusta: vuole sedurlo.

Faccio per uscire dall’ufficio, quando il capo mi ferma.

«Signorina Sloan, può restare. Chiuda la porta e si sieda.»

Resto sorpresa e mi becco un’occhiataccia dalla gior- nalista. Il suo piano di seduzione è fallito. Mi chiedo se Cam resti a ogni intervista.

Mi lascio cadere pesantemente sul divano in pelle scura che troneggia il lato dell’ufficio. Resto immobile, in attesa, mentre i secondi scivolano lenti. Poi, il mio sguardo si posa su un tavolino basso, elegantemente ap- parecchiato con una selezione di bevande pregiate. Un’i- dea mi balena all’improvviso nella mente, con un inaspet- tato guizzo di ospitalità decido di fare io l’anfitrione.

«Posso offrirle qualcosa da bere, signora River? Ab- biamo diversi liquori, acqua e qualche bevanda analco- lica.» Mentre parlo leggo le etichette ma quando mi giro per avere una risposta, noto che la nostra ospite punta lo sguardo su una bottiglia e si illumina.

«Accetto volentieri un buon bourbon, grazie.»

Old rip van winkle, così c’è scritto sull’etichetta. Sod- disfatta lo verso ma quando alzo lo sguardo dal bicchiere, gli occhi di Blake mi inceneriscono da dietro le lenti se- vere. Mi sa che ho sbagliato.

«Ne vuole un po’ anche lei?» Chiedo sorridendogli a disagio, nel tentativo di salvarmi ma lui continua a tra- passarmi con gli occhi, visibilmente irritato.

«Si sieda, signorina Sloan.» Ordina senza appello. Poso la bottiglia e faccio come dice.

La tensione vibra palpabile nell’aria mentre l’attesis- sima intervista finalmente inizia, ma quasi a voler subito incrinare l’atmosfera formale, la prima domanda di Olivia si concentra inaspettatamente sul pregiato bourbon che sta assaporando con un’espressione di puro godimento.

«Questo è un ottimo bourbon, Signor Koch,» constata con un tono di sincera ammirazione mentre fa roteare len- tamente il liquido ambrato nel bicchiere, come se volesse sedurlo anche con quel gesto.

«Vorrei vedere,» risponde piccato lui. La sua voce di- venta più rigida, quasi pungente, come se questa osserva- zione lo infastidisse profondamente «è un bourbon da cinquantamila dollari.»

«Ma che cazzo!» L’esclamazione mi sfugge di bocca in un sussurro carico di shock. Subito mi porto le mani alle labbra maledicendomi per aver espresso ad alta voce il mio pensiero. L’attenzione si focalizza immediata- mente su di me, tagliente come una lama.

«Qualche problema, signorina Sloan?» chiede con la voce ora intrisa di velata ironia mentre mi fissa intensa- mente. Entrambi lo fanno, in un silenzio denso di aspet- tativa.

«Quel bourbon… costa cinquantamila dollari!» ripe- to. La mia voce trema di incredulità mentre sento il viso imporporarsi. Il signor Koch non si fa impressionare, anzi un fugace sorriso gli increspa gli angoli della bocca.

«Beh, lei lavora per uno degli uomini più ricchi di Ma- nhattan, signorina Sloan, che cosa si aspettava di di- verso?» S’intromette la signora River con un tono prag- matico, quasi a voler minimizzare la mia reazione mentre mi lancia un’occhiata eloquente.

«Quest’anno sarà anche nella top ten degli uomini più influenti del mondo. Penso di aver detto tutto, no?» ag- giunge con una punta di sottile rimprovero nel tono men- tre mi squadra con un’espressione che non ammette re- pliche. Realizzo all’istante la stupidità della mia reazion- e, intanto, che un’ondata di vergogna mi travolge. Sono una sciocca.

«Vuole commentare altro signorina Sloan, o possiamo finalmente andare avanti con l’intervista?» domanda il signor Koch, la sua postura eretta e lo sguardo che mi sfida a contraddirlo, irradiando arroganza e sicurezza.

«Mi dispiace» mormoro. Il viso in fiamme per l’imba- razzo mentre sento le lacrime pungermi gli occhi, «non interromperò più.» Con un gesto goffo, mi chiudo la bocca con le mani rendendomi, ancora una volta, patetica e ridicola.

 

Il panico inizia a serpeggiare nelle mie vene. Ho com- binato così tanti guai che sarò licenziata di sicuro. Assisto al resto dell’intervista divorata dalla preoccupazione.

Il signor Koch non presta più attenzione a me. Resta con lo sguardo focalizzato sulla giornalista che continua a incalzarlo con domande sulla sua vita da miliardario e sui suoi hobby esclusivi. Lui risponde con un distacco impenetrabile e una professionalità algida, e per tutto il tempo non si degna di rivolgere neanche un fugace sguardo nella mia direzione. Sento il nervosismo cre- scere, così inizio a rosicchiarmi le unghie con frenesia.

Mi sento incredibilmente irrequieta, e Olivia non fa il minimo sforzo per nascondere il suo palese flirt nei con- fronti del mio capo.

È evidente che lo vuole, e il modo in cui si è sistemata sulla sedia, sporgendosi leggermente verso di lui, me lo conferma.

Se io non fossi qui, sono convinta che si inginocchie- rebbe a venerarlo. O magari a fare qualcosa di decisa- mente più… intimo.

«Sono ancora in attesa della cena al Moi,» gli ricorda, confermandomi che sta usando le sue ultime cartucce per provare ad avere una chance con lui.

«Signorina River, la ringrazio sinceramente del suo tempo, ma la mia agenda è così fitta di impegni che la nostra cena è rimandata a data da destinarsi,» declina ele- gantemente la sua proposta, Blake, con un sorriso cortese ma inequivocabile.

Tiè, ben ti sta. Stronza. Penso con una punta di soddi- sfazione meschina.

«Va bene, le farò inviare l’anteprima dell’intervista via mail,» afferma Olivia con un tono sorprendentemente disinvolto, quasi come se il suo tentativo fosse appena andato a buon fine.

«La ringrazio, l’accompagno alla porta,» dice Blake, allungandole una mano sulla schiena con un gesto for- male. Ma Olivia Oil, prima di varcare la soglia, tenta un altro contatto fisico, stampandogli un bacio su entrambe le guance.

Bleh, che patetica. Penso, con un moto di disgusto che faccio fatica a contenere.

Quando la donna, con un sorriso soddisfatto esce dall’ufficio del mio capo, faccio per seguirla a ruota, de- siderosa di allontanarmi da quell’atmosfera elettrica e inaspettata che si è creata. Ma, con una mossa rapida e decisa, Blake blocca nuovamente il mio passaggio, la sua figura imponente che sbarra la mia via. Mi osserva con i suoi occhi verdi e penetranti, occhi da predatore attento che analizzano ogni mio movimento. E ora, stranamente, non traspare la minima traccia di quella palese scoccia- tura che ha ostentato durante il colloquio.

«Perché sono rimasta durante l’intervista?» domando.

«Per evitare che mi saltasse addosso!» Esclama con una tranquillità disarmante, come se stesse commentando il bollettino meteorologico.

Le mie labbra si schiudono in una grande ‘O’ di ge- nuina sorpresa, un’espressione involontaria che sembra catturare la sua attenzione. I suoi occhi si fissano sulle mie labbra con un’insistenza curiosa e indecifrabile, come se stessero cercando di decifrare un enigma.

Poi, in un cambiamento improvviso e sconcertante, il suo sguardo muta, si increspa di qualcosa di profondo e intenso, un’onda di inattesa consapevolezza che lo tra- volge. Capisco all’istante: ha notato il piccolo, discreto piercing che porto sulla lingua, un dettaglio che finora gli era sfuggito.

 

I suoi occhi si riempiono di sottintesi inconfessabili, di pensieri velati e potenti, mentre continua a osservarmi con una concentrazione quasi magnetica. Percepisco di- stintamente il peso di tutte le parole non dette che vibrano nel silenzio nervoso e denso che si è creato tra noi. Assa- poro la chimica palpabile e innegabile che si agita nelle sue iridi verdi e turbinose, ed è come se mi chiedesse si- lenziosamente aiuto per combattere quella forza invisi- bile che ci sta attraendo, quasi pregandomi di disfarmene, di recidere quel legame pericoloso prima che sia troppo tardi.

E io… io cosa penso di tutto questo caos emotivo che si sta scatenando?

Che è sicuramente sbagliato! Un pensiero netto e ine- quivocabile che si fa strada nella mia mente confusa, una bussola interiore che cerca disperatamente di indicarmi la direzione giusta in questo labirinto di sguardi e silenzi carichi di significato.

CAPITOLO 3

Mi sposto per far passare Amelia. Nel frattempo che per- corre i pochi passi che le restano per uscire dal mio uffi- cio, non posso fare a meno di guardarle il sedere sodo e perfetto. Ma quando rialzo lo sguardo mi accorgo di es- sere stato colto in flagrante da Cam, che ha stampata in faccia un’espressione interrogativa.

«Cam, nel mio ufficio.» Ordino, e subito vedo anche Amelia riavvicinarsi verso di me, ma la blocco all’istan- te.

«Grazie signorina Sloan, ma necessito solo di Cam in questo momento.» La ragazza si acciglia, ma non ribatte. Dunque, si accomoda sulla sedia della sua scrivania in religioso silenzio.

Del resto, è risaputo, i miei ordini non ammettono re- pliche, sono legge.

Mentre Cam varca la soglia, scatto prontamente e chiudo la porta del mio ufficio, isolandoci dal mondo esterno. Mi rimetto seduto dietro la mia imponente scri- vania di mogano e, con un movimento deciso, alzo lo sguardo su di lui, scrutandolo intensamente.

«Allora,» chiede con un tono curioso, «di cosa vuole parlarmi?»

 

«Licenziala!» Esplodo, l’imperativo taglia l’aria come una lama affilata.

«Ma per quale motivo, Sig. Koch?» Ribatte Cam, sol- levando gli occhi al cielo con la sua insopportabile tea- tralità. «È comprensibile che il primo giorno sia difficile per chiunque, ma licenziarla dopo sole due ore… è sem- plicemente melodrammatico.»

Non ho alcun bisogno che il mio primo assistente mi dica come cazzo devo agire. Non sono qui per perdere tempo prezioso con inutili chiacchiere. Amelia è una di- strazione, un elemento di disturbo che mina la mia con- centrazione. E io, in questo momento cruciale, non posso permettermi la minima distrazione. Devo restare focaliz- zato, costantemente sul pezzo, sempre allerta.

«È la nona assistente che licenziamo in un mese e mezzo, ci ho messo una vita a trovarla, è uscita con ottimi voti da Yale e ha ottime referenze. Non mi può chiedere di mandarla via, diamole prima una possibilità!» Cam tenta di dissuadermi dalla mia decisione, ma continuo inesorabilmente a vedere solamente il piercing di Amelia che brilla sulla punta della lingua e che lambisce il mio cazzo, mentre i suoi occhi nocciola sembrano capaci di risucchiarmi in un abisso pericoloso, fatto di sfide inat- tese e consapevolezze destabilizzanti.

E ciò non deve accadere.

Il peso schiacciante della realtà grava come un maci- gno sulla mia coscienza. Le mie colpe passate e presenti si moltiplicano incessantemente, oscurando la mia mente come nubi nere che si addensano minacciose durante un violento temporale. Mi ricordano, con una forza brutale, che non posso semplicemente avere tutto ciò che il mio desiderio più recondito brama. È chiaro, dannatamente chiaro, che Blake Koch funziona unicamente perché è Blake Koch, con le sue regole, i suoi limiti, la sua essenza inimitabile. Questa è, per me, una legge inviolabile, un principio di vita fondamentale che non posso assoluta- mente rischiare di infrangere. Eppure, in questo mo- mento, sento che Amelia, con la sua sola presenza, sta facendo nascere in me un’irresistibile pericolosa voglia di fare a pezzi quella stessa regola.

«Si è addirittura permessa, senza alcuna autorizza- zione, di versare il mio bourbon, quello che riservo gelo- samente per la sigla dei contratti milionari, quelli che contano davvero. Questo dimostra, inequivocabilmente, una crassa inesperienza e una superficialità inaccetta- bili».

«Ma Sig. Koch,» interviene Cam con un tono sorpren- dentemente pacato, «la sua intenzione era semplicemente quella di essere cordiale, di mostrare un po’ di premura. Si sarebbe sentito a suo agio se qualcuno avesse avuto qualcosa da ridire sulla scarsa accoglienza? Queste pic- cole attenzioni contano, e sono assolutamente certo che Amelia, con quel gesto spontaneo, le abbia evitato una potenziale figuraccia. E poi,» aggiunge, quasi sussur- rando, «mi scusi, ma come diavolo avrebbe potuto sa- perlo?»

Sento distintamente la pressione delle sue parole che mi spingono contro un muro invisibile. So perfettamente che Cam ha ragione, dannatamente ragione. Ma lui sa al- trettanto bene che io ho licenziato persone per infrazioni ben più insignificanti di questa.

«Licenziala e basta!» Ribadisco, la mia inflessibilità che si erge come una barriera invalicabile. Il mio pen- siero resta granitico, impermeabile a qualsiasi ragiona- mento.

Cam lascia andare un lungo e rassegnato sospiro prima di svanire oltre la soglia del mio ufficio. Lo tengo d’occhio dalla mia postazione di comando, scrutando ogni suo movimento, aspettando con impazienza che ese- gua scrupolosamente ciò che gli ho ordinato. Sono asso- lutamente certo che Amelia reagirà con indignazione, una furia cieca che la porterà, molto probabilmente, a ir- rompere qui dentro per vomitarmi addosso tutta la sua rabbia, dandomi senza mezzi termini dello stronzo. Ma, in questo momento, non me ne frega assolutamente niente, perché non posso permettermi di averla qui ogni giorno, con quella sua impeccabile eleganza che accende la mia immaginazione, e fingere che quel fisico da sballo che si ritrova non mi tolga completamente la lucidità.

Ho ancora vivida nella mente, come una fantasia bru- ciante, l’immagine del suo piercing che avvolge con una sensualità inebriante il mio membro. Devo assolutamente smetterla di pensarci.

Ma come diavolo faccio? Quel minuscolo, audace det- taglio la trasforma paradossalmente in qualcosa di ancora più maledettamente attraente e, soprattutto, irrimediabil- mente proibito. Me la fa desiderare in un modo così in- tenso, così primordiale, che sento letteralmente il mio cervello andare in cortocircuito, con i pensieri che si ac- cavallano senza controllo. Ma non posso, assolutamente permettermi di correre questo rischio.

Lascio sfuggire dalle labbra un sospiro carico di rab- bia repressa e, nel tentativo vano di scaricare la frustra- zione e l’eccitazione che mi pervade, inizio frenetica- mente a giocherellare con i miei capelli. Subito dopo, con un movimento brusco, afferro il telefono e compongo il numero del mio investigatore privato. Mentre attendo con impazienza che risponda, apro con un doppio clic la cartella digitale del personale, archiviata nel drive del computer, e scorro rapidamente l’elenco fino a raggiun- gere il nome di Amelia Sloan. Con una curiosità morbosa che mi divora, inizio a curiosare tra le righe del suo fa- scicolo, cercando indizi e dettagli nascosti.

«Buongiorno Richard,» esordisco con un tono neu- trale, «ti sto inviando proprio in questo istante un file det- tagliato sulla tua casella di posta elettronica. Voglio sa- pere assolutamente tutto di questa persona, ogni singolo aspetto della sua esistenza, persino quando si reca in ba- gno.»

«Ricevuto!» Risponde Richard con la sua solita effi- cienza lapidaria. Sono assolutamente certo che nel giro di ventiquattro ore al massimo avrò tra le mani un dossier completo. D’altronde, Richard è universalmente ricono- sciuto come il migliore, il numero uno indiscusso nel suo oscuro campo.

Eppure, razionalmente, non dovrebbe importarmi più assolutamente niente di Amelia, ora che se n’è andata. Dovrei estirparla dalla mia mente con la stessa implaca- bile determinazione con cui elimino le aziende rivali, far finta che non sia mai esistita, che la sua presenza non ab- bia mai profanato la sacralità di questo posto; che la sua irruzione nella mia vita, con quel suo caratterino sfron- tato e la bellezza selvaggia che la distingue nettamente da tutte le altre donne che ho avuto la sventura di incon- trare, non sia mai avvenuta. Persino pronunciare il suo nome, così dolce e melodioso, è in questo momento una carezza amara che sfiora le mie labbra, evocando un ri- cordo di pura magia ormai perduta.

Amelia.

Amelia.

Ma che cosa diavolo mi hai fatto?! Sento un urlo si- lenzioso straziarmi la gola, un misto di rabbia, frustra- zione e inquietante, un’innegabile ossessione che mi sta consumando dall’interno.

Dannazione, non ci riesco proprio! Ogni singolo istante della mia giornata è pervaso dal suo ricordo, un’ombra persistente che si insinua in ogni mio pensiero. E non serve assolutamente a niente continuare la mia rou- tine frenetica, sommergermi in una montagna di impegni e scadenze, perché lei è costantemente lì, un tarlo impla- cabile che mi rosicchia inesorabilmente il cervello. In particolare, è quell’occhiata furiosa, carica di un’indigna- zione cocente, che mi ha lanciato un attimo prima di var- care la soglia dell’azienda a tormentarmi senza tregua.

Lo so perfettamente, nel profondo della mia coscien- za, che non se lo meritava. Ma, dannazione, per i miei interessi superiori, per la salvaguardia dei miei piani, è decisamente meglio così.

Sono sul punto di lanciare una nuova società, un co- losso che vale ben oltre un miliardo di dollari, e Amelia, con la sua sola presenza destabilizzante, sarebbe stata inevitabilmente la distrazione fatale, la variabile impaz- zita che mi avrebbe fatto commettere un passo falso dalle conseguenze disastrose.

 

Finalmente, dopo un’estenuante sequenza di ore che sono sembrate un’eternità, la giornata lavorativa giunge al suo termine. Esco dal mio ufficio con un sospiro di stanchezza, ma inevitabilmente, quasi magneticamente, il mio sguardo cade subito sulla scrivania che, fino a po- chissimo tempo fa, era il regno della signorina Sloan. Una strana, indefinibile sensazione mi stringe le viscere, annodandosi dolorosamente intorno al mio stomaco.

 

Sento distintamente il peso dello sguardo di Cam che mi trafigge con una rabbia palpabile. Percepisco i suoi occhi bruciare su di me, e sono assolutamente certo che, se solo potessero sprigionare una forza fisica, le sue pupille mi avrebbero incenerito all’istante. So benissimo cosa gli frulla per la testa, il suo disappunto, il suo giudizio silen- zioso. Ma, con assoluta sincerità, non me ne frega un cazzo. Sono io, in questo dannato posto, a prendere le de- cisioni, non un semplice assistente, per quanto fidato possa essere.

Quindi, con uno sforzo consapevole, mi stampo lette- ralmente in faccia un’espressione di fredda e inappella- bile autorità, sperando vivamente che Cam colga al volo il messaggio inequivocabile: non ho la minima inten- zione di riaprire l’argomento “Amelia”, e nessuno, asso- lutamente nessuno, è autorizzato a impicciarsi delle mie decisioni, per quanto possano apparire discutibili. E, so- prattutto, voglio che creda, con tutto se stesso, che di quella… meraviglia non me ne importi assolutamente niente. Che la considero alla stregua di una qualsiasi altra assistente di passaggio, una meteora che ha attraversato fugacemente questo ufficio e la mia vita, svanendo in un battito di ciglia. Anche se la verità è diametralmente op- posta, altrimenti non avrei mobilitato un professionista del calibro di Richard Smith per scavare nel suo passato e nel suo presente. Ma tutto questo a Cam non deve mi- nimamente interessare. Non deve neppure lontanamente immaginare la vera portata della mia ossessione. Così come non deve intuire il vero, torbido motivo per cui gli ho ordinato di licenziarla. Sono affari miei, dannata- mente miei.

«A domani, Cam,» congedo, la mia voce un tono ta- gliente e definitivo.

 

«A domani, signore,» risponde lui con un’ossequio- sità forzata, i suoi occhi che ancora lanciano scintille di disapprovazione.

Mi avvio all’ascensore, allentandomi il nodo alla cra- vatta e togliendo la giacca elegante. Proprio in quell’i- stante il mio telefono squilla. Così lo estraggo dalla tasca dei pantaloni per vedere chi è. Si tratta di Garcia, il mio migliore amico.

«Ti aspetto al nostro solito posto, non fare tardi, testa di cazzo!»

«Arrivo tra dieci minuti.» Replico sorridendo. La chiamata si chiude senza bisogno di aggiungere altro. Garcia è un fottuto coglione, proprio come me. Io e lui siamo inseparabili sin dai tempi dell’università, e nono- stante tutti gli impegni che abbiamo, riusciamo sempre a ritagliarci un momento per bere qualcosa insieme e par- lare dei soliti discorsi da uomini. Anche di come vanno gli affari. Lui ha una serie di negozi di abbigliamento in giro per il mondo che gli generano più di mezzo miliardo l’anno, mentre io ho la mia società avviata e adesso sto per acquistarne un’altra che mi frutterà ancora di più.

Siamo entrambi invincibili, instancabili, affamati di soldi e potere.

E si sa che quando possiedi così tanto è facile attirare persone che vogliono solamente buttarti giù, non accet- tando il tuo successo. Così come è facile sgamare subito quelli che ti vogliono soltanto fottere. Di alcuni non te lo aspetteresti mai, ma fa parte del gioco. Le api sono at- tratte dal miele come gli esseri umani dai soldi, quindi è normale, a volte, incappare in soggetti del genere. Ma è anche vero che non tutti sono così. Che c’è anche chi ha rispetto di te e vuole avviare una collaborazione onesta, pure se di questi ne sono rimasti veramente pochi.

 

L’ascensore si apre al piano terra con un ‘ding’ e io mi riverso fuori, andando incontro all’autista. Salgo in mac- china e attendo che chiuda la portiera, per poi partire.

Dieci minuti dopo, Dam, si ferma davanti a uno dei ristoranti più esclusivi dalla Fifth Avenue, il Tom Koster, e appena intercetto con lo sguardo i ricci color cioccolato del mio amico, vedendolo seduto a un tavolo, mi affretto a entrare nel locale e lo saluto.

Garcia viene dalla Spagna e ha gli occhi castani. Da sua madre ha ereditato una bellissima pelle olivastra, che, insieme allo sguardo caliente e magnetico, gli fanno fare strage di donne. Anche ai tempi del college le cose sta- vano così. Eravamo due opposti che si portavano a casa le ragazze migliori. Ci morivano tutte dietro. Ma nono- stante la diversità dei nostri caratteri: lui estroverso, di- vertente, sempre con la battuta pronta; io cupo e silen- zioso, avevamo lo stesso sogno: fare carriera.

Ricordo ancora quando trascorrevamo quasi tutti i po- meriggi a casa sua. Sua madre ci deliziava con dei piatti spagnoli che erano la fine del mondo e, spesso e volen- tieri, organizzava grigliate con la sua infinita famiglia nel giardino. Erano anni spensierati quelli in cui non ave- vamo la consapevolezza di poter avere il mondo ai nostri piedi, oggi invece ne siamo pienamente coscienti.

«Allora, testa di cazzo, quante persone hai licenziato oggi?» Me lo domanda sempre, ma d’altronde nessuno mi conosce meglio di lui. Nessuno sa meglio di Garcia che licenziare personale fa parte della mia natura. Che questo sono e questo rimarrò. Sì, una gran testa di cazzo. Lo sono davvero. E non solo. Mi dipingono con mille sfumature, un caleidoscopio di definizioni che a volte mi strappano un sorriso. Ma tra tutte, quella che risuona con un’eco particolare, quasi sinistro, è: ‘il Mietitore’ o, sus- surrato con un misto di timore e rispetto, Lucifero stesso. Forse è perché la mia specialità, la mia arte oscura, con- siste nell’acquistare quelle che ai più appaiono come car- casse aziendali, relitti economici abbandonati al loro de- stino, e poi… beh, poi le risveglio. Le plasmo, le tra- sformo in autentici scrigni di valore, tesori inestimabili che, in un batter d’occhio, fanno gonfiare il mio portafo- glio fino a farlo quasi scoppiare.

Sì, diciamocelo chiaramente: sono dannatamente bra- vo in quello che faccio. Ho un fiuto infallibile per gli af- fari, un’abilità quasi soprannaturale nell’investire in ciò che i miei colleghi, con la loro miopia imprenditoriale, bollano come semplice spazzatura. Lì dove loro vedono solo macerie, io scorgo pepite d’oro luccicanti. Possiedo l’occhio penetrante di un falco che scruta l’orizzonte delle opportunità e la saggezza millenaria di un vecchio stra- tega che sa come muovere le pedine sulla scacchiera del mercato.

E naturalmente, quando il mondo intorno si accorge di questa mia alchimia finanziaria, di questa capacità di tra- sformare il piombo in oro, ecco che si scatena la feroce competizione. Tentano, con ogni mezzo, di scalzarmi dal mio trono, di superarmi in questa spietata corsa al suc- cesso. Come dicevo, ci provano… ma si scontrano contro un muro invalicabile. Perché la mia forza non risiede solo nel mio acume, ma anche in una squadra di collaboratori fidati e capaci, una legione di talenti che mi affiancano e rendono la mia posizione, semplicemente, inespugnabile.

Perché Blake Koch è Blake Koch, e uno come me non lo si riesce a distruggere.

«Solo una.» Replico atono, prendendo posto davanti al mio amico. La mia risposta mi fa tornare subito in mente il volto candido di Amelia, i suoi occhi intrisi di veleno e rabbia quando Cam le ha detto che era licen- ziata. E anche una (s)piacevole constatazione, cioè che lei è l’unica donna che sia riuscita a suscitarmi qualcosa dopo molto tempo. A intrigarmi, attraendomi nella sua ragnatela come un ragno fa con le prede che vuol man- giare. Ma forse tutto questo è sbagliato. Anzi, sicura- mente è tutto sbagliato. E io devo smetterla di pensare a lei. Ma, allo stesso tempo, sono un emerito cretino che desidera conoscere ogni parte di lei, ogni segreto, ogni screzio, ogni più piccolo dettaglio.

Amelia mi ha fottuto il cervello.

Amelia è la mia rovina, ormai l’ho capito. Ormai ho ben chiaro che anche se non la rivedrò più, rimarrà co- munque un tarlo annidato nel mio cervello.

«Oh, mi deludi brutto stronzo».

Un sorriso appena accennato increspa le mie labbra.

«Sorprendere, spiazzare le aspettative, cogliere gli altri in flagrante errore di giudizio… è una delle mie più squi- site passioni, caro mio,» replico con una calma disar- mante, mentre afferro con gesto lento ed elegante la bot- tiglia di un sontuoso rosso. «Pertanto,» continuo, ver- sando con cura il liquido rubino nel calice di cristallo,

«prendo la tua colorita esternazione come un vero e pro- prio complimento.»

Sollevo il calice, osservando la luce danzare attraverso la profondità del colore. Lo porto alle labbra e ne aspiro il profumo intenso, preludio di un’esperienza sensoriale unica. Il primo sorso è un’esplosione. Un’ondata di vivace agrume mi inonda il palato, una sinfonia di sapori che si propaga in ogni singola papilla gustativa, mandandole in un’estasi quasi sacra. Un sussurro di piacere mi sfugge. L’etichetta, sobria ed elegante, recita con orgoglio il nome di un leggendario vino italiano, un nettare degli dei che solo pochi eletti hanno il privilegio di assaporare.

Con il calice ancora tra le dita, la cui fragranza ine- briante continua a solleticare i miei sensi, poso lo sguardo sul prezioso menù che un cameriere, con movenze silen- ziose e impeccabili, ci ha fatto trovare qualche istante prima, adagiandolo con reverenza accanto alla nobile bottiglia. Scandaglio ogni singola voce con meticolosa attenzione, soppesando le descrizioni, immaginando i profumi, pregustando i sapori.

«Buonasera signori, siete pronti per ordinare?»

Alzo lo sguardo e il soggetto dei miei ultimi tormenti è proprio qui, davanti a noi, con un taccuino e una penna tra le mani.

La signorina Sloan indossa una divisa da cameriera sofisticata, un tenue rossetto rosa le colora le labbra im- preziosite da un bellissimo sorriso.

Gli occhi sono truccati leggermente e i capelli impri- gionati in una coda alta che la fa sembrare una bambo- lina. È bella, dannatamente bella, cazzo!

Anche Garcia la nota, e il verso d’apprezzamento che gli esce dalla bocca ne è la prova lampante. Se la sta man- giando con gli occhi, mentre Amelia mostra un’espres- sione di puro disagio, che però tenta di mascherare tor- nando a sorridere.

Sono certo che non avrebbe mai voluto incontrarmi di nuovo, che non avrebbe voluto farlo mai più, né oggi né domani né mai. Che si senta umiliata nell’essere finita a fare la cameriera? L’unica cosa che conta per me è il re- stare concentrato sui miei obiettivi. Non posso avere di- strazioni, e lei lo era. Troppo.

Nonostante ciò, scorgere i suoi bellissimi occhi gonfi per aver pianto non mi fa piacere. E Blake Koch che prova compassione verso qualcuno è una cosa più unica che rara. Ma lei non lo so, ha sconvolto il mio credo in davvero pochissimi minuti, arrivando a farmi fare addi- rittura pensieri del genere. Arrivando a farmi sentire per- sino in colpa.

Arrivando a farmi pensare che forse dovrei porgerle le mie scuse, ma come posso giustificarmi dicendo che l’ho fatta licenziare per salvarmi da lei? Mi prenderebbe per un pazzo. E probabilmente lo sono. Anzi, lo sto decisa- mente diventando, perché tutte queste paranoie dopo aver licenziato una semplice assistente io non me le sono mai fatte.

Ma lei… lei non era una segretaria qualsiasi, e lo so bene.

Però adesso devo farla finita, devo continuare a gio- care la parte di quello a cui non frega un cazzo altrimenti potrei commettere qualche passo falso. E Blake Koch non sbaglia mai.

In nessuna occasione.

«Io prendo una tagliata di manzo con contorno di pa- tate e insalata.» Ordina il mio amico, non smettendo nep- pure per un attimo di guardarle le gambe snelle e il seno prosperoso che straborda dalla divisa.

Amelia segna sulla comanda la richiesta di Garcia, ve- loce e precisa; poi torna a fissarmi, ma io distolgo imme- diatamente lo sguardo puntandolo di nuovo sul menù.

Far finta che non mi sfiori la sua espressione triste e arrabbiata allo stesso tempo, ma che soprattutto non ab- bia il cazzo già eretto nelle mutande è dannatamente este- nuante. Mi fa sudare freddo.

«Io, invece, prendo il piatto del giorno.» Borbotto, no- tando con la coda dell’occhio Amelia scrivere il mio or- dine sul foglio e poi andarsene di fretta.

Solo quando è abbastanza lontana dal nostro tavolo mi concedo di alzare gli occhi e posarle sul mio amico.

«Carina la cameriera. Dici che se ci provo tornerebbe a casa con me?» Domanda Garcia divertito. Lui ama met- tersi in mostra con la classe sociale più bassa e viziare tutte le sue amanti.

«Dacci un taglio.» Ringhio tra i denti. Non serve un altro stronzo da aggiungere alla sua lista, direi che posso bastare io per una vita intera.

«Perché mai? Non posso lasciarmela sfuggire, Blake. Ѐ troppo bella. E poi quel piercing sulla lingua. Lo hai notato anche tu, vero? Cazzo, le sta divinamente!»

Ti pare che non lo sappia, Garcia?!

Ti pare che non me lo ricordi che è stato il motivo per cui ho deciso di licenziarla? Il motivo per cui mi sono distratto tutta la giornata? Il motivo per cui vorrei pren- derla e sbatterla su questo fottuto tavolo per poi scopar- mela come si deve?

Vorrei ribattere, ma mi limito a ingollare un nuovo sorso di vino e a mormorare semplicemente: «Ti ho detto di lasciarla stare».

«Ma che cazzo ti prende?! Di solito mi incoraggi».

«Puoi provarci con chiunque, ma non con lei!» Conti- nuo infastidito. Garcia scruta con attenzione la mia espressione seria e poi inizia a ridere. «Oh cazzo, la vuoi per te!»

Che il cielo mi aiuti, non riesco a nascondere nulla a Garcia.

«È lei che ho licenziato oggi.» Confesso infine.

«Beh, è chiaro perché tu lo abbia fatto: è uno schianto e ti avrebbe distratto.» Lui mi comprende. «Tuttavia, credo anche che tu sia un coglione, perché avresti potuto sfruttare la tua scrivania e il tuo divano per una bella sco- pata, cosa che non hai mai fatto da quando ti conosco. Sei troppo maniacale.» Sbuffo.

«Non sono come te, Garcia».

«Ah già, tu sei meglio!» Ribatte prendendomi per il culo.

Amelia torna al tavolo con i nostri piatti proprio quando sto per mandare a fanculo il mio amico. Lo serve per primo, ricordando ad alta voce ciò che ha ordinato:

«Tagliata di manzo con contorno di verdure e patate.» Poi lascia il mio davanti a me: «E piatto del giorno per lo stronzo del giorno. Buon appetito.» Sorride, si volta e se ne va.

Okay, me lo sono meritato.

Garcia, ascoltata la battuta, scoppia a ridere all’istante, mentre io, incassato il colpo, infilzo il pollo con la for- chetta e inizio a mangiare.

 

Rimaniamo seduti al tavolo del ristorante a parlare del più e del meno fino a che una cameriera viene a comuni- carci che stanno per chiudere. Quindi ci affrettiamo a re- cuperare le nostre cose e a uscire da lì.

 

«Di solito sei il primo ad andartene, ma so che mi hai usato per aspettare che finisse il turno.» Mi smaschera all’istante il mio amico.

Non posso nascondergli niente.

«Buona fortuna, testa di cazzo.» Si allontana e rag- giunge la sua macchina. Quando mi giro noto Amelia che si appresta ad andare in direzione della metro.

È mezzanotte, dovrebbe prendere un taxi.

Con due falcate le arrivo vicino, afferrandola per un braccio e facendola voltare verso di me, ma lei, non ap- pena si rende conto che sono io, mi dà uno spintone, al- lontanandomi. Io mi avvicino ancora, lei sbuffa. Ha ca- pito che non ho intenzione di mollare.

«Si può sapere che cazzo vuole da me?» Domanda in- viperita.

«Non dovresti prendere la metro a quest’ora.» La rim- provero.

Lei solleva le sopracciglia guardandomi con stizza.

«Oh, davvero brutto stronzo? Peccato che qualcuno mi abbia licenziata senza motivo e non abbia nemmeno i soldi per pagarmi l’affitto, figuriamoci per prendere un taxi!»

«Ѐ già la seconda volta che mi dai dello stronzo».

«E faccio bene, perché è quello che è! Uno stronzo, altezzoso e arrogante!» Decido di ignorare gli epiteti con cui mi ha definito, con cui mi definiscono tutti, e le in- timo ancora: «Prendi un taxi, Amelia».

«Oltre a essere stronzo, lei deve essere anche sordo, signor Koch. Cosa non le è chiaro della frase “non ho soldi”? Vuole che le faccia lo spelling?» Poi continua.

«Perché adesso le interessa così tanto della mia vita, eh? Forse si sente in colpa, o forse non so… gode nel sapermi in difficoltà. Ma sa che c’è? Non mi interessa. Spero di non incontrarla mai più.» Esclamato ciò, mi oltrepassa e cammina fino ad arrivare all’imbocco del sottopasso della metro, dove poi sparisce. Cazzo!

Non posso lasciarla da sola a quest’ora in quel postac- cio che puzza di vomito e piscio stantio. Così la seguo, ma resto bloccato ai tornelli. Potrei perderla se facessi il biglietto, quindi decido di scavalcare. Fanculo pagherò la multa.

«Amelia, aspetta.» La rincorro e vedo che si posiziona in una waiting area videosorvegliata.

 

«La metro non è un luogo per lei, signor Koch.» Os- serva sarcastica.

Noto una gang di colombiani più avanti e un ragazzo in astinenza dall’altro lato della banchina.

«Vieni con me, non prenderemo questa metro di mer- da.» L’afferro per la mano e facciamo la strada a ritroso. Il mio autista ci attende fuori dall’entrata della metro e costringo Amelia a salire sull’auto con uno sguardo che non ammette repliche.

Non ho badato ai suoi tentativi di svincolarsi, l’ho solo stretta più forte per portarla al sicuro. Mi rende così irra- gionevole che mi sento impazzire.

«Confermo: stronzo, arrogante, altezzoso, superbo. Lei è tutte queste cose.» Ripete indispettita dal mio gesto.

«Avrei dovuto lasciarti sottoterra con quella gente?»

«Ero nell’area sicura».

«Sicura un cazzo!» Rispondo incazzato, Amelia scop- pia a ridere.

I grattacieli della città scorrono fuori dai finestrini, rendendo la notte ancora più magica, e lasciandomi in- cantato. Ogni volta è sempre così, anche se non le presto mai troppa attenzione.

«Quindi cosa farà, mi verrà a prendere a ogni fine turno? Le faccio presente che io avevo un lavoro che mi avrebbe permesso di tornare a casa a un orario decente, per cui ho studiato e per il quale ho pregato per un anno intero che arrivasse la chiamata che mi dicevano che ero stata assunta. Mi sono trasferita dall’Ohio apposta. Tut- tavia quello stronzo del mio ex capo ha deciso che do- vevo essere licenziata senza neanche dirmi il motivo per cui sono stata licenziata, facendolo fare al suo assistente. Patetico!» Si agita sul sedile accanto al mio, ma io riesco ad ascoltare poco e niente del suo discorso, perché, vol- tandomi, mi sono imbattuto sul suo piercing alla lingua e lì sono rimasto. Totalmente imbambolato.

«Manderò il mio autista a prenderti ogni volta.» Con- fermo poi.

«Sono i sensi di colpa, questi?» Chiede incrociando le braccia sotto al seno.

Sto per rispondere, ma Dam, il mio autista, ci inter- rompe: «Dove vi porto, signore?»

«Alla prossima fermata della metro, grazie.» Ri- sponde prontamente Amelia.

«Dagli il tuo indirizzo, Amelia. Non farmi incazzare.

Ti ho già detto che non prenderai più la metro».

«Mi sta venendo un gran mal di testa.» So come far- telo passare, meraviglia.

«Può lasciarmi all’angolo del prossimo incrocio, gra- zie».

Testarda come un mulo.

Il mio telefono vibra nella tasca della giacca, così lo estraggo e sullo schermo lampeggia l’arrivo di una mail. Ѐ Smith. Mi ha appena inviato il file con tutti i documenti su Amelia Sloan.

Capita proprio al momento giusto.

Col sorriso diabolico sulle labbra, apro il dossier e scorro fino ad arrivare alle informazioni personali.

Trovato: «861, Nicholas Ave, Kingston.» Riferisco ad Dam.

Amelia si gira di scatto verso di me formando di nuovo la ‘O’ con le labbra e il mio cazzo svetta impo- nente nelle mutande.

Cazzo!

«Ha violato la mia privacy, non posso crederci.» È un quartiere residenziale quello dove abita. Mi chiedo ades- so cosa farà, perché con lo stipendio da cameriera sarà difficile per lei pagare anche solo metà dell’affitto.

«Ogni giorno avresti fatto tutta questa strada?» Do- mando curioso, sviando la sua affermazione.

«Con la metro ci si mette metà del tempo. Non oserei mai aumentare il buco nell’ozono o affittare una mac- china con autista. È troppo da stronzi perbenisti».

«Attenta a come parli, Amelia!» La rimprovero.

«Tanto non è più il mio capo. Non è nessuno. Quindi grazie per il passaggio e addio».

Appena l’auto si arresta davanti a casa sua, Amelia scende in fretta, ma io, ancora una volta, non la lascio andare via e mi avvio a grandi passi verso l’ingresso di casa sua. Lei sta già inserendo la chiave nella toppa, così la prendo per i fianchi e la volto verso di me. Questo ge- sto mi provoca una scarica di brividi lungo la schiena che non riesco a ignorare.

«Amelia». Il suo corpo s’irrigidisce tra le mie braccia.

«Che altro vuole?»

«Una possibilità».

Che cazzo ho appena detto?

«Mi dispiace, non dò seconde possibilità agli stronzi.» Si volta e mi chiude la porta in faccia.

Così torno indietro e attendo che le luci di casa sua si accendano prima di tornare a Manhattan.

Seduto in auto, rifletto su quello che è successo, chie- dendomi come sia possibile che Amelia sia riuscita a farmi abbassare ogni difesa, a farmi sentire un… un cre- tino alle prese con una delle prime cotte adolescenziali. Come sia possibile che io, Blake Koch, l’uomo più ricco e venerato d’America, l’uomo che non si fa scrupoli ad asfaltare gli altri, sia finito a perdere la testa per una ra- gazza che conosco da neanche quarantotto ore. Eppure, ironia della sorte, in questo turbinio di pensieri contra- stanti, un’immagine si fa strada prepotentemente nella mia mente, insinuandosi in ogni interstizio del mio cer- vello: il palmo della sua mano stretto nella mia, in un contatto così semplice, eppure così carico di una scossa elettrica primordiale. Rivivo la vicinanza inebriante, quel confine sottile tra due mondi che pulsano all’unisono, così prossimi da far presagire un bacio imminente, un si- gillo silenzioso di un’attrazione magnetica.

Persino i suoi insulti taglienti, le parole che avrebbero dovuto respingermi, ferirmi. Invece, sono un desiderio brutale e inaspettato che si impadronisce di me, in un im- pulso irrefrenabile a zittirla, non con parole, ma con la più carnale delle affermazioni. Un paradosso sconcer- tante, in una miscela esplosiva di repulsione e attrazione viscerale.

Non trovo una logica, una spiegazione razionale a questo caos emotivo che mi divora. Tutto ciò che so, con una certezza che mi brucia dentro come un fuoco sacro, è che ho un bisogno fisico, quasi animalesco, di rivederla. Devo incrociare di nuovo il suo sguardo, sentire ancora quella scintilla, anche se dovesse significare affrontare di nuovo la sua lingua tagliente e il tumulto che la sua pre- senza scatena nel mio essere. È una necessità oscura e ineludibile, un richiamo a cui non posso, e forse non vo- glio, resistere.

CAPITOLO 4

Ma chi diavolo si crede di essere, quell’arrogante?! Sbot- to tra i denti, la rabbia che mi serra la mascella. Solo per- ché siede su una montagna di soldi si permette di dettare ogni singola mossa della mia vita, di scolpire la mia stessa identità a suo piacimento!

Non esiste proprio!

Non glielo permetterò mai!

Un sospiro carico di risentimento mi scuote le spalle. Forse, in fondo, è stata una benedizione travestita da di- sgrazia questo licenziamento. Ogni singola fibra del mio essere si ribellava alla sua presenza, e prima o poi sarei esplosa.

Consumata dalla frustrazione, mi strappo di dosso i vestiti come fossero catene, abbandonandoli in una pila informe sul pavimento. I miei passi sono decisi, quasi violenti, mentre mi dirigo verso il bagno, unico santuario in questo momento di tempesta interiore. Dopo aver fatto pipì, il suono metallico del rubinetto rompe il silenzio. L’acqua inizia a scorrere, promettendo un calore avvol- gente. Ho un disperato bisogno di questa doccia, penso, chiudendo gli occhi per un istante. Deve lavar via la spor- cizia di questa giornata orribile, ma soprattutto, deve sciacquare via l’ombra opprimente di quel bastardo di Blake Koch e la sua insopportabile arroganza!

Ancora non riesco a capacitarmi. Lui. Blake Koch. Mi ha aspettata, piantato lì come un predatore paziente, fino alla fine del mio turno. Poi mi ha pedinata, passo dopo passo, fino all’ingresso della metropolitana, e lì, con quel- la sua solita aria da padrone del mondo, mi ha intimato di salire nella sua auto, di prestargli ascolto. Ma la cosa più incredibile, quella che mi fa sentire una perfetta idiota, è che io l’ho fatto! Gli ho dato retta. A lui, che non si meri- terebbe nemmeno un mio saluto, figuriamoci la mia ob- bedienza. Certo, so benissimo che avventurarsi nella me- tropolitana di notte, da sola, non è la scelta più saggia, ma l’avrei fatto mille volte pur di scrollarmelo di dosso, di respirare un’aria che non fosse satura della sua prepo- tenza. Non ho bisogno della sua carità, né dei suoi dan- nati passaggi. Che se lo ficchi bene in quella testa dura!

E quel… quell’essere spregevole voleva pure una pos- sibilità! Una possibilità da me, dopo avermi sbattuta fuori dalla sua torre d’avorio con un preavviso inesistente, sen- za nemmeno la decenza di guardarmi negli occhi mentre lo faceva. È semplicemente… assurdo. Incredibile.

Un ultimo risciacquo mi libera dalla schiuma. Esco dalla doccia, la pelle ancora vibrante per la rabbia e la stanchezza, e mi avvolgo nell’asciugamano, tamponan- domi con gesti meccanici. Il bagno, teatro silenzioso della mia frustrazione, torna lentamente in ordine. I ve- stiti intrisi di quella giornata infernale finiscono nel cesto della lavatrice. Poi, come un automa, mi trascino in ca- mera, indosso l’intimo e il pigiama, e mi lascio cadere sul letto. Il sonno mi inghiotte all’istante, un oblio necessario per sfuggire al ricordo di quell’incontro umiliante.

 

Quando mi sveglio il sole è già alto: mezzogiorno. La luce cruda che filtra dalla finestra mi ricorda, con un sus- sulto amaro, che la realtà, purtroppo, non è svanita nel sonno.

Preparo una colazione abbondante per affrontare il mio prossimo turno al ristorante e nel frattempo, spul- ciando su internet, mi metto alla ricerca di un altro lavoro come quello che avevo.

Passo in rassegna con meticolosità ogni singolo an- nuncio online, la speranza che si accende flebile a ogni nuova offerta. Finalmente, i miei occhi si posano su un’inserzione che cattura la mia attenzione: un’azienda, il cui nome non mi dice assolutamente nulla, ricerca un re- ferente esterno per sbrigare commissioni varie. “Potrebbe essere la mia àncora di salvezza,” penso, e un barlume di ottimismo che si fa strada nel grigiore delle ultime ore. Senza esitare, compilo il form e invio la mia candidatura, stringendo le dita incrociate, supplicando silenziosa- mente che qualcuno, chiunque, mi dia una possibilità.

Proprio in quel momento, Daisy, la mia fantastica coinquilina, fa capolino dalla sua stanza con un’espres- sione eloquente dipinta sul volto. «Mmm, che profumo delizioso inonda l’appartamento! Ti prego, dimmi che hai preparato una porzione extra anche per la tua affamatis- sima coinquilina!»

Un piccolo sorriso increspa le mie labbra. «Certo che sì, tesoro!» Dopo che ieri mi ha letteralmente tirato fuori dal baratro, il minimo che possa fare è prepararle un piatto caldo. Ricordo ancora la mia voce rotta dal pianto al telefono, e la sua risposta immediata, quel raggio di luce inaspettato: qualche giorno prima, passeggiando di- strattamente per strada, aveva notato un volantino ap- piccicato alla vetrina di un ristorante sulla prestigiosa Fifth Avenue. Cercavano una cameriera. “Se vuoi pro- vare…” mi aveva detto con la sua solita dolcezza prag- matica. Dire di no non era nemmeno un’opzione contem- plabile; l’autocommiserazione non è mai stata la mia tazza di tè. Così, ho afferrato al volo quell’opportunità, aggrappandomi ad essa come a un salvagente. Mai, nem- meno nel più remoto dei miei incubi, avrei potuto imma- ginare di ritrovarmi faccia a faccia con Blake Koch. Quello… quello è stato il colpo di grazia, la beffa crudele del destino.

«Grazie, Daisy,» sussurro con sincera gratitudine, po- sandole il piatto fumante proprio sotto il naso. «Non so davvero cosa avrei fatto senza il tuo aiuto. Mi hai lette- ralmente salvata.»

Lei mi sorride con la sua solita affettuosità. «Scioc- chezze, Amelia. Lo sai che ci sono per te, anche se ci co- nosciamo da così poco tempo.»

Mi schiarisco la gola, un nodo di ansia che mi serra lo stomaco. «Senti… potrei pagarti la mia parte dell’affitto alla fine del mese? Non so se riuscirò ad avere i soldi in tempo con questo cambio di lavoro così improvviso. Mi ha completamente spiazzata, sai?» La osservo, il cuore che batte all’impazzata nel petto, in attesa della sua rispo- sta come se la mia intera esistenza dipendesse da quelle poche parole.

«Sai, questa casa…» inizia Daisy con un tono dolce e rassicurante, posandomi una mano leggera sul braccio.

«L’ho ereditata dai miei zii. Eravamo molto legati, ero la loro unica nipote, sai? Non hanno mai avuto figli…» Un velo di malinconia le attraversa lo sguardo per un istante, prima di tornare a sorridermi. «L’ho messa in affitto per- ché è davvero enorme per una sola persona, ma ti ho scelta con cura, Amelia. Ho letto attentamente ogni sin- gola richiesta, e la tua… la tua mi ha colpito.» Mi stringe leggermente la mano, un gesto semplice ma carico di si- gnificato. «E ascoltami bene,» continua con un tono più deciso, quasi indignato, «non darti assolutamente nes- suna colpa per quello stronzo del tuo capo che non ha avuto la minima idea di quanto tu sia in gamba, di che persona meravigliosa sei. È lui che ci ha perso, non tu.» Un nodo doloroso mi si stringe alla gola. Le sue parole… è incredibile come una persona appena conosciuta possa dimostrarmi una tale umanità. Non riesco ancora a cre- dere di aver incontrato una ragazza come lei, un vero e proprio angelo custode.

Daisy ha solo ventisette anni, eppure possiede una saggezza e una forza d’animo che ammiro profonda- mente. È incredibilmente sveglia, perspicace, e vive di rendita, grazie all’eredità dei suoi zii. Ma non si crogiola nell’ozio, anzi, lavora sodo, “per non far appassire il cer- vello”, come dice sempre con un sorriso ironico. Io, al contrario, non posso certo permettermi un simile lusso. Ho investito fino all’ultimo centesimo dei miei magri ri- sparmi in questo trasloco, in questo tentativo di co- struirmi una nuova vita. E l’idea di tornare in Ohio da mia nonna… la vedrei come una sconfitta cocente, un amaro riconoscimento del mio fallimento. No. Sono qui per re- stare, per forgiare il mio futuro con le mie mani, e non permetterò a nessun essere spregevole come quel Blake Koch di intralciare il mio cammino, di farmi dubitare del mio valore.

Daisy finisce l’ultimo boccone delle sue uova strapaz- zate al bacon, un’espressione di puro godimento dipinta sul volto, e poi si volta verso di me con un sorriso ra- dioso. «Ascolta, ho avuto un’idea! Dovremmo assoluta- mente organizzare una serata memorabile nella Grande Mela, immergerci nel caos scintillante di New York City. Sarebbe la scossa perfetta per scrollarci di dosso questa cappa di tristezza che ci avvolge da giorni. Che ne dici?» I suoi occhi brillano di eccitazione, in attesa della mia risposta.

Un sorriso sincero si dipinge sul mio viso, contagiato dal suo entusiasmo. «Sai che ti dico? Ci sto eccome!» L’idea di una serata spensierata, lontana dalle preoccupa- zioni e dai fantasmi del passato, mi alletta incredibil- mente.

Purtroppo, il mio momento di ritrovata leggerezza viene interrotto dall’orologio. Daisy mi saluta con un ba- cio sulla guancia a metà pomeriggio, dovendo correre al lavoro. Io mi concedo ancora qualche minuto di pigrizia sul divano, assaporando la quiete ritrovata. Ma quando l’orologio segna le cinque inesorabili, mi decido ad al- zarmi e a vestirmi, pronta ad affrontare la serata, qualun- que cosa essa porti. Proprio in quel momento, il mio cel- lulare emette un breve bip, un segnale inequivocabile: un nuovo messaggio è arrivato. Un piccolo sussulto di cu- riosità mi percorre la schiena. Chi sarà?

Il messaggio sullo schermo del mio cellulare è lapida- rio, conciso, e incredibilmente irritante: “Il mio autista ti accompagnerà a lavoro. Buona giornata, Amelia.”

Firmato, ovviamente, Blake Koch.

Un sospiro esasperato mi sfugge dalle labbra. Peggio di una sanguisuga, quest’uomo! Ma se si illude anche solo per un istante che io possa accettare questa sua… offerta… si sbaglia di grosso. Mi ha esasperata, mi ha letteralmente rotto le scatole con la sua invadenza. Con un gesto stiz- zito, scosto di lato la tenda della finestra e la mia vista si scontra con la familiare sagoma dell’autista di ieri sera, immobile come un mastino fedele, ad attendermi di fronte al portone. Senza pensarci due volte, afferro il cel- lulare e digito il numero di Koch, decisa a mettere fine a questa farsa una volta per tutte. Risponde quasi all’i- stante, al secondo squillo.

«Cosa posso fare per te, Amelia?» La sua voce al te- lefono è stranamente calma, quasi melliflua, e questo non fa altro che accrescere la mia irritazione.

«Può, per favore, richiamare e mandare a casa il suo autista?» esclamo, la pazienza ormai ridotta a brandelli.

«Non desidero nessun trattamento di favore. E, soprat- tutto,» scandisco bene ogni parola, «non voglio assoluta- mente il suo aiuto.» La mia voce è carica di impazienza, di un’insofferenza che a stento riesco a contenere.

«Non posso rimandarlo indietro, Amelia. È stato pa- gato per accompagnarti al lavoro.» La sua risposta, fredda e pragmatica, mi fa quasi ridere per l’assurdità della situazione.

«E lo licenzierà se non salgo in macchina?» lo incalzo, sentendo la rabbia montare incontrollabile.

«È esattamente quello che farò.» Senza dargli il tempo di aggiungere altro, gli sbatto il telefono in faccia con una violenza quasi catartica, borbottando una serie di impre- cazioni fin troppo colorite tra i denti serrati. Adesso si mette pure a ricattare, a giocare sporco con i sensi di colpa! Che uomo arrogante.

Con un sospiro frustrato, raccolgo la borsa e le chiavi, poi esco di casa, dirigendomi con passo pesante verso l’auto che mi aspetta. Pochi istanti dopo, mi siedo sul se- dile. Immediatamente, il suo profumo… quel mix ine- briante di fresco e speziato che mi aveva già turbata ieri sera… mi avvolge, satura l’abitacolo, invade prepotente- mente ogni mio spazio, ogni mio pensiero. E, contro la mia volontà, non posso fare a meno di ricordare la strana intensità dei suoi occhi quando mi guardano, quella fissa attenzione che mi mette a disagio e al tempo stesso… beh, c’è qualcosa, un’ombra di emozione che il suo insoppor- tabile atteggiamento arrogante riesce a soffocare sul na- scere, facendola marcire prima ancora che possa fiorire.

Arrivo al ristorante con dieci minuti di anticipo, un piccolo margine di respiro prima che l’orda della pausa pranzo si riversi nel locale. Mi concedo un lusso semplice ma vitale: un caffè nero, bollente. Ne ho un disperato bi- sogno per scacciare il torpore e la tensione che mi porto dietro da stamattina.

Sorseggio lentamente la bevanda amara, godendomi la familiare ondata di energia che la caffeina diffonde nelle mie vene. Osservo distrattamente il via vai dei clienti, un flusso continuo di volti anonimi che entrano ed escono. Ma l’ultima coppia che varca la soglia… beh, loro mi fanno letteralmente andare di traverso l’ultimo sorso. In particolare uno. Perché diavolo non può sce- gliere un altro dannato posto per pranzare? Perché deve perseguitarmi, intromettersi costantemente nella mia vita? Non lo so, e in questo momento non ho la forza di analizzarlo. Sono semplicemente stanca, esausta di que- sta sua presenza opprimente. Eppure, malgrado la rabbia sorda che mi pulsa nelle tempie, non riesco a distogliere lo sguardo. Noto, con un fastidio crescente, il modo in cui una delle due donne che sono con lui e un altro uomo gli sfiora il braccio con un’aria maliziosa, civettuola. Ha delle unghie lunghe e curate, di un rosso acceso che cat- tura la luce, e un sorriso… un sorriso che sarebbe capace di illuminare anche la notte più buia. E nel preciso istante in cui si siedono vicini, pericolosamente vicini, e lei osa posare una mano, con una familiarità sconcertante, sulla sua coscia… beh, in quel momento sento qualcosa dentro di me contorcersi, un misto di gelosia e sconfitta che mi fa quasi mancare il respiro. Blake, quel… quel verme, ri- dacchia compiaciuto, assaporando evidentemente le at- tenzioni.

Certo, un uomo come lui deve avere un intero harem di donne che gli ronzano attorno, pronte a concedergli ogni suo capriccio, con cui può divertirsi quando e come gli pare. Allora perché? Perché perde il suo prezioso tempo con me? Cosa diavolo vuole da me?

Un’ondata di puro odio mi travolge. Odio questa situa- zione assurda, questo limbo in cui mi ha intrappolata. Ma ciò che detesto ancora di più è il modo subdolo in cui sta cercando di rimediare ai suoi errori, senza degnarsi di spiegarmi il perché di questo improvviso cambio di rotta, senza darmi la minima chiave di lettura. Ha agito di testa sua, prima sbarazzandosi di me con una facilità disar- mante, e poi tornando sui suoi passi con quella patetica sceneggiata di ieri sera. Sinceramente, non lo capisco. È un vero e proprio enigma avvolto nel mistero, un rompi- capo frustrante

E mi manda letteralmente ai pazzi questa sua ambi- guità, questa sua presunzione di poter risolvere tutto con un suo schiocco di dita. Mentre lui se ne sta lì, al tavolo a godersi la compagnia e le risate, io devo spaccarmi la schiena, sgobbare come una dannata per non ritrovarmi a dormire sotto un ponte, con la mano tesa per racimolare qualche spicciolo. Questa disparità, questa sua indiffe- renza nei confronti delle mie difficoltà, mi scatena una rabbia così cieca, così viscerale, che non trovo nemmeno le parole per descriverla. Faccio per allontanarmi, perché è ora di indossare il grembiule e iniziare il mio turno, quando, con la coda dell’occhio, lo scorgo sorridere.

Un sorriso inaspettato, un’increspatura appena accen- nata agli angoli della bocca. Il suo volto si distende, si rilassa, e le sottili rughe che gli incorniciano gli occhi si fanno più marcate, quasi a sottolineare la profondità di quel verde giada che mi ha stregata, ipnotizzata fin dal primo istante in cui l’ho incrociato in quell’asettico ascen- sore. E quella fossetta maledettamente seducente che gli increspa il mento sembra così morbida, invitante. Un de- siderio improvviso, quasi fisico, mi assale: vorrei affon- dare un dito dentro, tracciarne il contorno, e poi… poi sci- volare sulle sue labbra carnose, seguirne la linea perfetta. Magari… baciarle.

Ma che cazzo mi passa per la testa, santo cielo?! Ri- prenditi, Amelia! Riprenditi!

Come se avesse avuto il potere di scrutare nei meandri più reconditi della mia mente, Blake si volta di scatto e i suoi occhi saettano nella mia direzione, intercettando il mio sguardo per una frazione di secondo che mi pare un’eternità. Un brivido inatteso mi percorre la schiena.

Con un movimento brusco e quasi goffo, mi affretto a girarmi di spalle, come una bambina colta in flagrante, e mi rifugio velocemente nello spogliatoio, un santuario temporaneo dove posso finalmente liberarmi della borsa e indossare la divisa da lavoro, quel grembiule che mi àncora alla realtà di questo nuovo impiego. Raccolgo un respiro profondo, cercando di placare il battito accelerato del mio cuore, e poi rientro in sala, sforzandomi di assu- mere un’espressione professionale. Mi avvicino a David, un collega dai modi gentili, e gli chiedo quali siano i miei compiti.

«Ti serve una mano con i tavoli?» domando, la voce stranamente roca.

Prego con ogni fibra del mio essere, supplico il destino che non debba essere io a servire quella particolare zona del ristorante, il quadrante maledetto dove Blake e la sua allegra combriccola si sono accomodati. E quando Da- vid, con la sua solita noncuranza, mi conferma che per ora non è necessario, un sospiro di sollievo, caldo e libe- ratorio, mi sfugge dalle labbra.

David mi indica una pila di bicchieri appena sfornati dalla lavastoviglie, chiedendomi di asciugarli e riporli. Ironia della sorte, proprio da questa postazione defilata ho una visuale perfetta sul tavolo di Blake. Sembra una riunione d’affari, a giudicare dai toni seri degli uomini, anche se per la donna… beh, per la donna che gli sta ap- piccicata come una cozza allo scoglio, l’atmosfera appare decisamente più affine a un appuntamento galante, carico di sottintesi e di una palpabile tensione erotica.

Un’ondata di fastidio, un’irritazione sottile ma persi- stente, mi percorre. Mi infastidisce che lui glielo per- metta.

Non dovrebbe, in qualche modo, porre un limite a quel contatto fisico incessante?

Mi sembra che lo abbia toccato almeno una cinquan- tina di volte da quando sono entrati nel locale: una mano sul braccio, una carezza sulla spalla, un sussurro all’orec- chio che lo fa ridacchiare compiaciuto.

Mah. Affari suoi, certo. Ma perché questa scena mi turba così tanto? Perché sento una strana, sorda puntura al petto nel vederli così… intimi?

Proprio quando la calma sembrava voler fare capolino nella mia caotica giornata, Raja, un’altra delle mie colle- ghe, si avvicina con un’espressione contrita, chiedendomi un favore. «Amelia, potresti coprirmi alla cassa un at- timo? Devo correre urgentemente in bagno.» Annuisco meccanicamente, la routine che riprende il sopravvento. Ma non faccio in tempo a incassare il conto dell’ultimo cliente che, all’improvviso, una figura imponente si ma- terializza proprio di fronte a me. Lui. Blake.

Il respiro si blocca di netto nella mia gola, come se un pugno invisibile me lo avesse strappato via. Boccheggio, disperata, alla ricerca d’aria che non arriva. I suoi occhi… quei suoi occhi penetranti e di una bellezza disarmante, si inchiodano sui miei con un’intensità che paralizza ogni mio tentativo di tornare a respirare a un ritmo normale. Sento le gambe iniziare a tremare, un tremore incontrol- labile causato dalla sua presenza, dalla sua innegabile, dannata bellezza.

Dio mio, non ce la posso fare.

Oggi indossa un abito gessato doppiopetto che gli fa- scia il corpo in modo impeccabile, esaltandone ogni li- nea, rendendolo… tremendamente attraente. E la sua pet- tinatura, nonostante la fine della giornata, è ancora per- fetta, ogni ciocca di quel nero corvino lucida sotto le luci soffuse dei lampadari, che a loro volta catturano e riflet- tono le pagliuzze verde giada che danzano nel profondo dei suoi occhi. Il suo sguardo è fiero, consapevole, perché sa di avermi sorpresa, di avermi intrappolata nel suo rag- gio visivo, e che in questo momento non ho la minima intenzione, né la forza, di scappare. Lo fisso a mia volta, sentendo un’improvvisa secchezza alla bocca. Un gesto involontario mi porta a inumidirmi le labbra con la lin- gua, un movimento lento e nervoso. E in quell’istante pre- ciso, i suoi occhi seguono ogni infinitesimale movi- mento, si concentrano sulle mie labbra umide, indu- giando su quel punto esatto dove la mia lingua ha appena lasciato una traccia lucida. Ed è lì, proprio in quel fugace contatto visivo, che la sua espressione muta radical- mente. La fierezza si incrina, lasciando spazio a un tor- mento improvviso, a una promessa silenziosa, carica di una tensione palpabile. Lo stesso sguardo enigmatico che mi aveva rivolto ieri nel suo ufficio, uno sguardo che mi aveva turbata nel profondo e che ora, inaspettatamente, si ripresenta, insinuandosi di nuovo sotto la mia pelle.

Sento il viso avvampare, un calore improvviso che mi sale dal collo alle guance. Con un’azione rapida e quasi meccanica, mi sbrigo a recuperare la comanda del suo ta- volo, la cui sequenza numerica, fortunatamente, mi è ri- masta impressa nella mente. Possiedo una buona memo- ria per i dettagli, e nonostante sia arrivata solo ieri, ho già memorizzato quasi tutti i numeri dei tavoli. Una volta compilato il conto, lui, senza proferire parola, con un ge- sto che trasuda sicurezza e abitudine, mi porge la sua carta di credito platinum, lucida e immacolata. Digito la somma dovuta sul POS e ci appoggio sopra il chip, atten- dendo l’approvazione. Ma con un movimento fulmineo, inaspettato, lui annulla la transazione e, con noncuranza, aggiunge una mancia sbalorditiva: cinquecento dollari, che si sommano all’importo già considerevole del conto.

Di nuovo, mi lascia completamente esterrefatta, la bocca semiaperta in un’espressione di incredulità.

«Dovresti davvero imparare a tenere chiusa quella bocca, Amelia,» commenta con un mezzo sorriso, un lampo divertito che gli increspa gli angoli degli occhi.

«Nessuno la costringe a gesti di cortesia, signor Ko- ch,» ribatto con un tono tagliente, fissandolo con un’oc- chiataccia obliqua, «ma se per caso le venisse in mente la ragione per cui mi ha licenziata con tanta leggerezza, le sarei sinceramente grata se volesse illuminarmi.»

Ignorando completamente la mia frecciatina, la mia ri- chiesta più che legittima, mi liquida con una domanda che mi spiazza: «A che ora finisci il tuo turno?» Ma non ho la minima intenzione di dirglielo, questo è chiaro.

 

«Visto che si dimostra così incredibilmente perspi- cace,» replico con un sorriso forzato, carico di una sod- disfazione amara per la mia risposta evasiva, «credo che possa tranquillamente scoprirlo da solo.» Ma la mia pic- cola vittoria dura solo un istante. Proprio mentre David gli passa accanto per lasciarmi la comanda dei clienti se- duti alle sue spalle, Blake lo intercetta con un gesto della mano, gli porge una banconota da cento dollari e gli chiede, con la sua solita aria di chi compra tutto e tutti, a che ora termino il mio orario di lavoro.

«Alle dieci, signore… G-grazie, signore,» balbetta il mio povero collega, con gli occhi sgranati per la sorpresa e l’imbarazzo, infilandosi velocemente la banconota nella tasca dei pantaloni.

Un’ondata di profonda offesa e di furiosa indignazione mi assale. Koch non ha un briciolo di rispetto per gli altri, e men che meno per me. Sembra quasi considerarmi un burattino senza volontà, una pedina da muovere a suo piacimento. Ma come si permette?!

«Vada al diavolo, signor Koch,» sibilio tra i denti, vol- tandogli le spalle con un’energia rabbiosa. Ritorno a ser- vire gli altri tavoli, cercando disperatamente di distrarmi con il lavoro, di annegare la frustrazione nel caos ordi- nato della sala. Ma è inutile. La rabbia non accenna a di- minuire, anzi, secondo dopo secondo, mi sento sempre più infervorata, come un vulcano sul punto di eruttare. Vorrei disperatamente avere il vizio del fumo in questo momento, magari una sigaretta mi aiuterebbe a placare questo incendio interiore. Proprio in quel momento, Da- vid mi chiama con un tono concitato, chiedendomi di dar- gli una mano con un tavolo enorme, composto da ben venti persone. Ma quando, nel tentativo di portare i pe- santi secchielli con lo champagne ghiacciato, rischio di farli rovinosamente a terra, capisco che forse… forse è davvero il caso che mi prenda una pausa, prima di com- binare qualche altro disastro.

Con una scusa frettolosa al mio collega, mi allontano dal caos della sala e mi rifugio all’esterno, sul retro del ristorante, ritrovandomi quasi immediatamente all’im- bocco della stretta viuzza di servizio. La notte è ormai calata completamente sulla città, avvolgendo ogni cosa in un manto di velluto scuro, trapunto dalla luce argentea e preziosa delle stelle. Alzo gli occhi al cielo e la loro vista, misteriosa e lontana, ha un effetto calmante quasi istantaneo sul mio spirito agitato. Poi, un sussurro di voci attira la mia attenzione. Mi sposto cautamente e, sbir- ciando oltre l’angolo del muro, li vedo: Blake, in compa- gnia della donna che gli è rimasta incollata per tutta la sera, come un’edera tenace. Lei sta giocherellando nervo- samente con una ciocca dei suoi capelli rossi, mentre lui continua a parlarle con un’animazione inaspettata, gesti- colando con le mani. Forse affari, forse no. Rimangono così, in un fitto scambio di parole che non riesco a distin- guere, per almeno due interminabili minuti. Poi, all’im- provviso, lei si protende verso di lui con un gesto rapido e tenta di baciarlo sulle labbra, ma Blake si ritrae con una prontezza che quasi mi sorprende. Lei gli dice qualcosa, il tono della voce, pur non sentendolo chiaramente, tradi- sce una certa urgenza, forse una supplica. Lui scuote la testa con decisione, con un’espressione seria e inequivo- cabile sul volto. Da dove mi trovo, la distanza è troppa per decifrare il loro dialogo, ma il linguaggio del corpo della donna è eloquente: il suo rifiuto l’ha ferita profon- damente, lo si legge nella postura rigida, nelle spalle che si curvano leggermente.

Poco dopo, un taxi giallo si ferma stridendo proprio di fronte a loro. Blake si affretta ad aprire la portiera poste- riore e la donna, con un’ultima occhiata carica di risenti- mento, sale a bordo. Il taxi si allontana rapidamente nella notte. Solo quando il veicolo scompare dalla mia vista, Blake si volta e si incammina verso la sua auto, parcheg- giata poco distante.

Che diavolo significava tutta quella scena?

Un groviglio di curiosità e confusione si annoda nel mio stomaco.

Rientro in sala, sforzandomi con tutte le mie forze di non pensare a lui per il resto della serata. La rabbia nei confronti di Blake è ancora un fuoco vivo che mi brucia dentro, ma non ammetterò mai, nemmeno a me stessa, che l’idea di rivederlo alla fine del mio turno mi riempie di una strana, inebriante eccitazione, la stessa euforia in- fantile che provavo quando ho imparato ad andare in bi- cicletta senza le rotelle, sentendomi improvvisamente li- bera e in bilico tra la paura e la gioia.

E infatti, puntuale come un orologio svizzero, quando esco dal Tom Koster, lo trovo ad aspettarmi proprio lì, appoggiato alla sua auto scura. Le braccia incrociate sul petto, lo sguardo serio e intenso si fissa immediatamente su di me non appena i nostri occhi si incrociano. Indossa ancora i suoi abiti da lavoro impeccabilmente stirati, e il suo aspetto non è mutato di una virgola: bello. Dannata- mente, scandalosamente bello come una statua di un dio greco.

«Ha licenziato il suo autista?» La mia voce è bassa, controllata, e un sopracciglio scuro si inarca legger- mente, tradendo una punta di sarcasmo.

«No,» risponde con un tono altrettanto misurato, cer- cando di mascherare il tumulto interiore, «gli ho con- cesso una serata libera.»

 

«Lo sa che il suo comportamento rasenta lo stalking, signor Koch?» lo provoco.

«Amelia,» ribatte, un tono di rimprovero velato nella sua voce profonda, «smettila di chiamarmi signor Koch. Chiamami Blake.»

«Mi dispiace, signor Koch, ma non smetterò di chia- marla così,» rispondo con fermezza, incrociando le brac- cia sul petto a mia volta. «Desidero mantenere una certa distanza… tra di noi.»

«Perché?» domanda, la fronte corrugata in un’espres- sione di sincera perplessità.

«E a lei… perché interessa così tanto?» lo incalzo, al- zando un sopracciglio in segno di sfida.

«Amelia…» mormora il mio nome, un sussurro rauco che vibra nell’aria notturna, carico di una strana intensità.

«No, Amelia niente, signor Koch,» borbotto acida, in- crociando le braccia sul petto. «Quando ho inviato la mia candidatura per lavorare nella sua prestigiosa azienda, ero perfettamente consapevole di avere a che fare con uno dei capi più spietati e arroganti degli ultimi tempi. Ma, ingenuamente, pensavo che almeno le ragioni, per quanto sgradevoli, dietro un licenziamento venissero esplicitate, dette chiaramente in faccia.» La mia voce è carica di risentimento, di una frustrazione che fatica a ri- manere sopita.

«Dammi un’occasione, Amelia.» La sua voce si fa im- provvisamente più bassa, quasi un’implorazione sussur- rata nel buio. I suoi occhi verdi, intensi sotto la luce dei lampioni, mi scrutano con un’urgenza inaspettata.

«Un’occasione per cosa esattamente, signor Koch?» ribatto, scocciata e incredula.

«Per ferirmi di nuovo? Per giocare ancora con la mia vita?»

 

«Fammi rimediare,» insiste, un tono di sincera sup- plica che mi spiazza.

«Mi riassumerà?» chiedo, un barlume di speranza che si accende fugace per poi spegnersi immediatamente.

«No!» La sua risposta è secca, categorica, troncando sul nascere ogni mia illusione.

«Vede?» Affermo con un sorriso amaro, un misto di tristezza e di una sorta di contorta soddisfazione. «Se an- che solo per un istante avessi ceduto alla speranza, lei mi avrebbe inevitabilmente ferito di nuovo, calpestando la mia dignità. La saluto, signor Koch.»

Mi volto di scatto, decisa a mettere quanta più distanza possibile tra noi, e mi incammino a passo svelto verso l’ingresso illuminato della metropolitana. Ma non passa nemmeno un singolo, infinitesimale secondo che me lo ritrovo incombente alle spalle. Una mano decisa mi af- ferra per un braccio, stringendolo appena, e mi costringe a voltarmi di nuovo nella sua direzione. Le sue pupille scure danzano freneticamente sul mio viso, un’ispezione intensa che mi fa avvampare le guance e sento il cuore balzarmi in gola come un uccello impazzito. Sotto la luce artificiale dei lampioni, le pagliuzze dorate e verdi dei suoi occhi risplendono con un’intensità quasi sopranna- turale, trasformandosi in un abisso di colore ipnotico, un vortice in cui potrei perdermi per sempre, senza più il de- siderio di risalire in superficie. Il respiro mi si mozza in gola quando la sua mano libera si avvicina lentamente al mio viso, sfiorando ogni lembo di pelle con una delica- tezza inaspettata, una carezza leggera che mi riempie di brividi dalla testa ai piedi. Poi, con un gesto tenero e quasi intimo, mi porta una ciocca ribelle di capelli, sfug- gita alla mia frettolosa coda di cavallo, dietro l’orecchio. Quel semplice contatto mi fa sciogliere interiormente, ma allo stesso tempo fa scattare un allarme assordante nella mia testa, un campanello d’allarme che non posso, non devo ignorare.

Perciò, con uno sforzo di volontà, mi scosto brusca- mente da lui, perché questa vicinanza sta diventando pe- ricolosamente destabilizzante, un terreno scivoloso dove potrei facilmente perdere il controllo. E io non posso per- mettere che accada qualcosa di irreparabile, qualcosa di cui potrei pentirmi amaramente.

«Vuole portarmi a letto, signor Koch? È questo il vero motivo per cui me lo ritrovo costantemente tra i piedi, come un’ombra inquietante?» domando, andando dritta al punto, senza filtri, senza più la pazienza di girarci in- torno. Ma lui non risponde. Continua a fissarmi con que- gli occhi incredibilmente belli, un’espressione indecifra- bile dipinta sul volto, senza pronunciare una singola pa- rola.

Un’amara risata mi sfugge dalle labbra, un suono stanco e incredulo, ma mi impongo di non dargli altra soddisfazione, di non alimentare ulteriormente il suo ego smisurato. Mi limito a voltargli le spalle e ad allonta- narmi a passo svelto, quasi correndo. Raggiungo l’in- gresso della metropolitana in meno di cinque minuti, con il cervello in tempesta, in un vortice incessante di pen- sieri che si accavallano e si scontrano. Stavolta, fortuna- tamente, Blake non mi ha seguita, e tiro un sospiro di sol- lievo al pensiero di non dover più sopportare la sua pre- senza opprimente, le sue parole ambigue e i suoi gesti contraddittori. Non ho più la minima voglia di ascoltarlo, di decifrare i suoi insondabili motivi.

Quella che fino a poco fa era solo una vaga, inquie- tante sensazione, si è cristallizzata in una verità nausea- bonda, inequivocabile!

 

Quell’arrogante mi ha licenziata unicamente perché desidera portarmi a letto, perché la sua mente perversa ha distorto ogni interazione professionale in un misero gioco di seduzione. Ecco perché mi ha brutalmente strap- pato via la possibilità di costruirmi una carriera nella sua azienda, calpestando i miei sogni e le mie ambizioni con la noncuranza di un tiranno.

Non posso credere alla mia ingenuità, alla mia cecità. Come ho potuto non arrivarci subito? Come ho potuto non vedere la sua vera, squallida intenzione fin dal prin- cipio?

La metropolitana sferragliante si ferma finalmente da- vanti a me e mi ci fiondo dentro, cercando un rifugio in quel vagone affollato. Mi siedo di fronte a un signore an- ziano dall’aspetto rassicurante, sperando con tutto il cuore che rimanga lì con me per tutta la durata del tra- gitto. Anche se, in fondo, la mia nonna aveva sempre ra- gione: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, perché anche le persone che all’apparenza sembrano le più innocue e perbene, troppo spesso si rivelano nient’altro che dei grandissimi stronzi mascherati.

Fortunatamente, il viaggio verso casa trascorre senza ulteriori intoppi. Appena varco la soglia del mio apparta- mento, mi lascio cadere stremata sul letto e tento di met- tere in pratica gli esercizi di respirazione che il mio tera- pista mi ha insegnato, un’àncora di salvezza nei momenti di tempesta interiore. Chiudo gli occhi con forza e cerco di visualizzare il mio luogo sicuro, quel rifugio mentale che mi dona calma, serenità e pensieri positivi.

Sono su una spiaggia deserta. All’orizzonte, il sole sta per baciare l’acqua increspata del mare al tramonto, tin- gendo il cielo di sfumature calde e vibranti che mi riscal- dano l’anima. La brezza leggera mi scompiglia dolce- mente i capelli, mentre una musica soffusa fa da colonna sonora allo spettacolo mozzafiato che la natura regala ogni giorno alla Terra. Ogni tramonto è unico, irripeti- bile, eppure sempre meraviglioso. Le mie gambe si muo- vono felici a ritmo di musica, e il mio viso si distende, abbandonandosi alla gioia effimera del momento. Questo è ciò che dovrei provare sempre, imparare a lasciarmi alle spalle i periodi bui e tristi, ma non è facile, è dannata- mente difficile, perché quando il dolore e la tristezza si radicano profondamente dentro di te, è come cercare di zittire un uragano.

Tento con tutte le mie forze di calmare il battito fu- rioso del mio cuore, di riportarlo a un ritmo regolare e tranquillo, ma è una battaglia persa in partenza. Qualcosa dentro di me si è innescato di nuovo, una reazione a ca- tena incontrollabile.

I ricordi continuano a riaffiorare nella mia mente come una pioggia battente che si infrange violentemente contro la finestra, e ogni singola goccia che si posa sul vetro è un frammento del passato che li riporta brutal- mente a galla. Non posso tornare indietro, non posso per- metterlo. In nessun modo possibile. Ho lottato così a lungo, con tanta fatica, per diventare la persona che sono oggi, cercando disperatamente di lasciarmi alle spalle le cose brutte, le ferite profonde. Invece, ecco che le infer- riate arrugginite delle finestre dove avevo rinchiuso a chiave quei ricordi dolorosi vengono scardinate con una violenza inaudita da flashback improvvisi, potenti come raffiche di vento implacabili.

«Amelia! Apri questa dannata porta!» La voce incon- fondibile di Blake, roca di rabbia e insistenza, e il suo continuo, martellante bussare mi strappano bruscamente dalla mia fragile oasi di pace interiore, riportandomi di colpo alla cruda realtà. Ma rimango immobile, paraliz- zata dalla paura, incapace di muovere anche un solo mu- scolo. Fisso il muro di fronte a me, accovacciandomi su me stessa come un cane bastonato, cercando disperata- mente un riparo invisibile.

«Amelia, non costringermi a buttarla giù!» Lo sento urlare, ancora e ancora, la sua voce che si infrange contro la porta chiusa, ma io resto qui, inglobata nel buco nero dei miei tormenti, sorda a ogni suo richiamo.

Pochi minuti dopo, percepisco distintamente la voce dolce di Daisy che risponde a qualcosa, e poi la voce au- toritaria di lui che le chiede qual è la mia stanza. Vorrei urlarle di non dirgli nulla, di rivelargli la verità, che lui è lo stronzo che mi ha licenziata con la meschina inten- zione di portarmi a letto.

Ma è troppo tardi. Poco dopo, la sua presenza nella mia stanza diventa così ingombrante, così opprimente, che non posso più ignorarla.

«Amelia, sei ferita?» domanda con un tono sorpren- dentemente preoccupato, avvicinandosi lentamente al letto dove sono rannicchiata su me stessa, un gomitolo di dolore e paura.

Se solo sapesse… se solo potesse immaginare quante parti di me sono state rotte, scheggiate, e poi rattoppate alla bell’e meglio, non me lo chiederebbe nemmeno.

«Perché stai piangendo? Qualcuno ti ha fatto del male?» La sua voce si fa più dolce, quasi un sussurro. Porto istintivamente una mano al viso e la sento umida, bagnata di lacrime che non mi ero nemmeno accorta di star versando.

Con un sospiro stanco, mi sollevo a sedere, risveglian- domi del tutto da quello stato di shock catatonico. «Sto bene,» mento spudoratamente, la voce roca e tremante.

 

«Che cosa vuole ancora da me, signor Koch?» Lo odio. Lo odio con ogni fibra del mio essere per la sua arro- ganza, per la sua prepotenza, ma anche… anche perché, contro ogni logica e ogni buon senso, lo desidero con la stessa intensità. Ma so che una persona come lui, un uomo così, non lo voglio nella mia vita.

«Perché sei scappata?» insiste, i suoi occhi che mi scrutano con un’intensità disarmante.

«Mi ha licenziata per potermi portare a letto?» gli chiedo a bruciapelo, di nuovo, senza mezzi termini, cer- cando una smentita, una negazione che non arriva. Lui non smentisce, non conferma. Il silenzio che segue è as- sordante.

«Esca da casa mia, signor Koch. Adesso!» Affermo con una fermezza che non sento, sostenendo il suo sguardo incredulo con un’ostinazione disperata. «Fuori!» Urlo, la voce spezzata da un singhiozzo, il petto che si solleva a fatica per la mancanza d’aria.

Quando finalmente sento il suono sordo della porta che si chiude alle sue spalle, mi accascio di nuovo sul pavimento freddo, le ginocchia strette al petto, provando, con sforzo immane, a rimettere nuovamente al loro posto i fragili frammenti di me stessa che lui, con la sua inva- dente presenza, ha inconsapevolmente gettato all’aria.

Inserisci la tua Email per ricevere l'Ebook GRATIS.

Blake ti aspetta!

Tutti i diritti riservati ISBN: 9798284377963

Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi ed eventi narrati sono frutto dell’immaginazione dell’autrice. Qualsiasi somiglianza con persone reali, viventi o defunte, eventi o luoghi esistenti è da considerarsi puramente casuale. Questo libro contiene materiale coperto da copyright e non può essere copiato, riprodotto, distribuito, noleggiato, licen- ziato o trasmesso in pubblico, o utilizzato in alcun modo ad eccezione di quanto è stato specificatamente autorizzato dall’autrice, ai termini e alle condizioni alle quali è stato ac- quistato o da quanto esplicitamente previsto dalla legge appli- cata (Legge 633/1941)