CAPITOLO 5
Mi lascio cadere pesantemente sul sedile in pelle dell’auto, il motore ancora spento, e resto immobile per un istante, cercando di riordinare il turbine di emozioni che mi assale. Con un sospiro, recupero il telefono dalla tasca interna della giacca e apro il file che Richard Smith mi ha inviato qualche ora fa, mentre ero intrappolato in quella surreale corsa in macchina verso Amelia.
Richard è un uomo… no, devo sottolinearlo, il mio uomo di fiducia, colui che si occupa di quel genere di “dettagli” che preferisco delegare. Lavora per la mia azienda da anni, un’ombra efficiente e silenziosa che si muove dietro le quinte. È un ex militare delle forze spe- ciali, un tipo tosto con un passato operativo di tutto ri- spetto, che ha saputo sfruttare la sua esperienza e il suo addestramento aprendo una sua agenzia investigativa, re- clutando alcuni dei suoi ex commilitoni. In tutti questi anni di collaborazione, conosco solo il suo nome di bat- taglia, Richard Smith, e so di essere uno dei suoi clienti più importanti, colui che gli garantisce introiti considere- voli.
Richard è una montagna di muscoli alta quasi due me-
tri, un colosso silenzioso che incarna la forza bruta e l’ef- ficienza. Un uomo che, con una sola occhiata, ti fa capire che contraddirlo non è un’opzione contemplabile. Emana un’autorità naturale, un carisma oscuro che intimorisce chiunque gli si avvicini.
Ma io… io non ho paura di niente. Anzi, ripongo in Richard una fiducia cieca, assoluta. Il suo fiuto per gli affari, la sua capacità di scovare la verità nascosta, si sono sempre rivelati infallibili.
Con un nodo allo stomaco, apro il file allegato, il cuore che batte leggermente più forte del solito. Una strana, indefinibile sensazione si è insinuata dentro di me da quando ho visto Amelia in quello stato di vulnerabi- lità, di disperazione silenziosa. Ho una brutta, inspiega- bile premonizione, la paura di leggere qualcosa che non mi piacerà, qualcosa che potrebbe incrinare la mia grani- tica certezza di aver agito nel modo giusto.
Inizio a scorrere le righe del file, il cuore che batte sempre più forte ad ogni nuova informazione che mi si presenta davanti.
Scheda identificativa:
Amelia Sloan Nata in Ohio, Toledo, il 18 giugno del 2001 Età: 24 anni Istruzione: Ha frequentato la presti- giosa università di Yale. Poi, è tornata in quel remoto angolo dell’Ohio per prendersi cura di sua nonna, l’unica persona rimasta del suo nucleo familiare.
Genitori: Li ha persi entrambi quando aveva solo nove anni. Un banale, orribile incidente stradale.
Cristo.
Poi, una riga che mi gela il sangue nelle vene, prece- duta da un’indicazione inquietante:
Denuncia per violenza sessuale. (File riservato)
Ma porca miseria! Un pugno invisibile mi stringe lo stomaco.
In data 20 gennaio 2023 la Sig.ra Amelia Sloan, ha sporto denuncia per violenza e aggressione sessuale con- tro il CEO dell’azienda Mirabell, un certo Hyde Fox.
Continuo a leggere, ma le parole danzano confuse da- vanti ai miei occhi, la rabbia che mi monta dentro come una marea inarrestabile. Ha pensato che io potessi fare la stessa cosa. Mi vede come un predatore, un mostro da temere, un’ombra oscura pronta ad approfittare della sua vulnerabilità.
Prendo mentalmente nota del nome di quel verme, Hyde Fox, promettendomi che approfondirò la questione, e poi, con uno sforzo, passo alle informazioni successive.
Come diavolo si fa a vivere in uno stato del genere?
L’angoscia mi serra la gola.
Non possiede proprietà immobiliari. Non possiede un’auto. Non possiede nulla di materiale che possa rap- presentare una sicurezza. Con la liquidazione ricevuta dall’azienda di Hyde Fox, ha comprato un paio di scarpe dal valore di cinquecento dollari. Dopodiché, nessun’al- tra spesa “folle”, solo l’essenziale per cercare di soprav- vivere.
La nonna vive di pensione, una magra risorsa che im- magino non basti a coprire nemmeno le spese di base.
Situazione psichiatrica: Amelia Sloan, non presenta patologie psichiatriche conclamate, ma soffre di attacchi di panico direttamente riconducibili alla traumatica ag- gressione subita. Difatti, durante il periodo trascorso in Ohio, si recava regolarmente da un terapista.
Un’onda di vergogna e di un’improvvisa, lancinante empatia mi travolge. Devo rimediare. Devo farlo al più presto. Non voglio, non posso sopportare l’idea di passare per quell’essere spregevole che vuole solo usarla sessual- mente, approfittare della sua fragilità. Mai, in tutta la mia vita, mi sono comportato in questo modo con nessuna donna. Non sono quel genere di uomo. Questa consape- volezza mi brucia dentro come un marchio infuocato.
Così, senza pensarci due volte, con un impulso irre- frenabile, decido di scriverle un messaggio. Devo farle capire, in qualche modo, che ho sbagliato, che la mia in- tenzione non è quella che lei teme.
Digito velocemente il messaggio sullo schermo del te- lefono, le dita che quasi tremano per la tensione e l’ansia. Ogni parola è soppesata, ogni segno di punteggiatura stu- diato per trasmettere il giusto tono: un sincero dispiacere e un’umile richiesta di redenzione.
“Mi dispiace profondamente averti turbata sta- sera, Amelia. Vederti in quello stato mi ha… colpito.
Per scusarmi sinceramente, vorrei offrirti una cena. Un’occasione per parlare, per spiegarti… per farmi conoscere meglio.”
Premo il tasto “invio”, il messaggio che sfreccia nel cyberspazio con il peso di tutte le mie speranze. Prego con fervore che lei accetti, che non sia troppo spaventata, troppo ferita. E, soprattutto, prego che quel lurido ma- niaco che l’ha traumatizzata non le abbia mandato segnali simili, perché altrimenti ogni mio tentativo di rimediare sarà vano, destinato a fallire miseramente.
Con il cuore che pulsa all’impazzata nel petto, un tam- buro impazzito che scandisce il ritmo incerto del mio fu- turo con lei, accendo il motore dell’auto e mi immetto nel caotico traffico notturno di New York. Arrivo al parcheg- gio sotterraneo del mio attico quaranta interminabili mi- nuti dopo, con una sensazione di oppressione che mi chiude lo stomaco, una morsa fredda che mi toglie l’ap- petito e la serenità.
Il nostro rapporto è iniziato nel peggiore dei modi pos- sibili, una partenza disastrosa interamente imputabile alla mia arroganza e alla mia ottusità. E adesso, mentre le luci dell’ascensore scorrono veloci, riflettendo il mio volto cupo, un dubbio angosciante mi assale: forse non c’è più nessuna speranza. Forse ho irrimediabilmente compro- messo la mia immagine ai suoi occhi, rendendo impossi- bile farle capire che io non sono quel mostro, quel figlio di puttana che le ha inflitto tanta sofferenza.
Proprio mentre le porte dell’ascensore si aprono con un leggero sussurro, il familiare “ding” che annuncia il mio arrivo al piano attico, il mio telefono vibra nella ta- sca. È la risposta di Amelia. La apro con un misto di ter- rore e speranza.
Amelia: Non credo sia una buona idea, ma ti rin- grazio per aver pensato di volerti scusare. Ti auguro ogni bene, Blake.
Un piccolo, flebile raggio di speranza si accende nel mio petto alla lettura di quel “ti”. Un’intimità inaspettata, un piccolo spiraglio. Rispondo immediatamente, le dita che digitano frenetiche.
Blake: Il fatto che adesso mi dai del tu mi fa un po’
sperare. Lasciami rimediare, Amelia. Ti prego.
La sua risposta arriva quasi subito, un sospiro di- gitale.
Amelia: Non ti arrenderai, vero? Blake: Non con te.
Amelia: Non mi sembra una buona idea.
Blake: Non vedere il male dove non c’è, Amelia. Sono uno stronzo, lo ammetto senza esitazione. Ma non sono cattivo. Lascia che te lo dimostri. Dammi questa possibilità.
Segue un silenzio angosciante dall’altra parte dello schermo, ogni secondo che passa mi sembra un’eternità. La mia ansia cresce a dismisura.
Blake: Ti prego, Amelia… e io non prego mai!
Finalmente, dopo quella che mi è sembrata un’era geo- logica, arriva la sua risposta, un fragile, inaspettato segno di cedimento.
Amelia: Va bene.
Un’ondata di sollievo, così intensa da farmi quasi bar- collare, mi invade. Ma non ho ancora vinto. Devo orga-
nizzarmi, devo fare in modo che questa cena sia perfetta, che lei possa finalmente vedere la mia vera intenzione.
Blake: Domani alle diciannove. Va bene per te?
La sua successiva domanda mi spiazza, riportandomi bruscamente alla realtà.
Amelia: Come fai a sapere che non lavoro?
Un sorriso amaro mi increspa le labbra. Certo, ho agito d’impulso, senza pensare alle conseguenze. Ma or- mai non posso tirarmi indietro.
Blake: Ho parlato con il tuo collega. Ho… risolto la questione. Ho pagato il suo turno.
Mento, deve sentirsi al sicuro, non in pericolo.
Ma la verità è che dentro di me infuria un uragano. La voglia irrefrenabile di sentirla, di accertarmi che stia dav- vero bene, è solo la punta dell’iceberg di un senso di colpa corrosivo che mi divora l’anima, che mi nega ogni bri- ciola di tranquillità. Ho un milione di domande che mi martellano la mente senza trovare risposta, e altrettante sensazioni contrastanti che mi travolgono con la violenza di un terremoto, pronte a inghiottire la mia fragile razio- nalità come un’intera città sotto le macerie.
Senza pensarci un istante di più, con un gesto quasi automatico, premo sul suo nome nella rubrica del tele- fono e attendo, il cuore in gola, il suono squillante della chiamata. Voglio disperatamente sentire la sua voce, ac- certarmi che quel suo fragile equilibrio interiore non sia andato completamente in frantumi.
«Blake…» Il mio nome esce dalle sue labbra come un sussurro stanco, un sospiro rauco che tradisce la sua fra- gilità.
«Stai meglio, Amelia?» le chiedo con una cautela esa- sperante, sentendomi come se stessi camminando su un campo minato, pronto a far saltare in aria ogni residuo di fiducia.
«Ora sì,» afferma, tirando su col naso con un suono che mi stringe il cuore.
«Amelia, ti prego, non devi mentirmi. Sono davvero… profondamente rammaricato per quello che è successo.» Mi porto una mano alla tempia, massaggiandola con un gesto stanco mentre mi lascio cadere pesantemente sul divano del mio lussuoso salotto, che ora mi sembra stra- namente vuoto e freddo. Sento ancora il suo profumo de- licato e inebriante aleggiare nell’aria, un ricordo olfattivo che non voglio, non posso lasciare andare.
«È tutto okay, Blake. Mi dispiace… a volte ho degli attacchi. Non posso prevederli, arrivano all’improvviso e basta.» Vorrei disperatamente dirle che so tutto, che co- nosco il suo passato doloroso, e che non tutti gli uomini sono delle merde egoiste e violente. Che, soprattutto, io non lo sono. Non ho mai, in tutta la mia vita, trattato male una donna. Anzi, le ho sempre viziate, coccolate, a volte forse anche in modo eccessivo, al limite dello sdolcinato. Posso apparire duro, inarrivabile, un uomo di ghiaccio nel mondo degli affari, ma nella mia intimità mi godo la vita e amo farla godere anche a chi mi sta accanto. Fosse anche solo per una fugace notte di passione.
«Me ne parlerai domani sera, a cena.» Affermo, cer- cando di mantenere un tono neutrale, ma con una sottile speranza che serpeggia sotto la superficie.
«Blake,» ribatte lei con una punta di esasperazione nella voce, «puoi avere qualsiasi donna tu voglia. Il mondo è pieno di donne che farebbero carte false per stare con te. Perché ti ostini a voler per forza entrare nelle mie grazie? Cosa c’è di così interessante in me?»
«Mi stai forse dicendo che non posso nemmeno pro- varci con te, Amelia?» le chiedo, un pizzico di sfida che si insinua nel mio tono.
«Esatto. Sono qui per lavorare, signor Koch. Non sono alla ricerca dell’uomo della mia vita.» La sua replica è secca, tagliente come una lama.
Annuisco nel silenzio ovattato del mio appartamento, consapevole di averla messa alle strette.
«Comunque sia, ti devo delle scuse, Amelia. Perciò fatti trovare pronta. Domani alle sette passerò a pren- derti.» Taglio corto, sentendo la conversazione farsi pe- ricolosamente tesa.
«Va bene. Buonanotte, Blake.» La sua voce è stanca, ma non ostile. Un piccolo, fragile spiraglio di speranza si riaccende nel mio cuore.
Chiudo la chiamata e riapro il suo fascicolo, facendo poi una telefonata a Smith.
«Sì, Koch?»
«Voglio sapere tutto sull’uomo che ha fatto lo stronzo con Amelia. Vita, morte e miracoli. Gli ultimi affari che ha concluso e ogni centesimo che ha guadagnato.» Or- dino in tono esigente. «Sì, signore».
Chiudo anche questa chiamata e vado nella palestra di casa mia per sfogare la rabbia repressa.
Mi spoglio togliendomi gli abiti da lavoro e indosso i pantaloncini, rimanendo a torso nudo. Comincio con una serie di piegamenti a terra e continuo con una corsetta sul posto per venti minuti. Passo poi al sollevamento pesi, finendo con una serie di addominali che mi fanno bru- ciare il corpo.
Prendo l’asciugamano pulito sulla panca e mi tam- pono il sudore. Sto decisamente meglio, ma non sono an- cora del tutto rilassato. Forse la doccia mi aiuterà a dissi- pare la rabbia che mi ribolle dentro da quando ho letto le informazioni nel file su Amelia.
Il mondo è pieno di persone che ostentano il loro po- tere facendone un uso sbagliato e Hyde Fox è una di quelle, perciò sarò colui che lo annienterà, perché ha toc- cato la persona sbagliata.
Il mattino seguente mi avvio al lavoro, e alla scrivania dove è stata seduta Amelia per qualche ora pochi giorni fa, vedo un ragazzo distinto e preparato che appena mi vede si accinge a presentarsi.
Almeno non è una ragazza.
Gli dedico quella poca attenzione che merita e poi en- tro nel mio ufficio.
Dopo Amelia, penso che non vorrò più nessuno.
«Cam!» Lo chiamo.
«Sì?»
«Oggi aspetto Richard Smith, quando arriva avvisami subito, non farlo aspettare, è molto importante.» Annui- sce e poi esce dall’ufficio portando con sé il nuovo arri- vato al quale non ho prestato la minima attenzione.
Sto per acquistare un’altra società e ho bisogno di ri- manere lucido, ma il pensiero di Amelia invade la mia mente per tutta la giornata come una dolce carezza, di- straendomi. Era da tanto che non mi capitava di essere così preso da qualcuno, ma in lei vedo qualcosa che non ho mai visto in nessun’altra, e il pensiero che le abbiano fatto del male, mi manda il cervello in cortocircuito.
Sospiro. Sono proprio fottuto.
Verso l’ora di pranzo bussano alla porta del mio uffi- cio. «Capo, è arrivato il signor Smith.» Mi fa presente Cam.
«Fallo entrare.» Mi alzo e mi preparo ad accoglierlo. Un’ansia sottile, strisciante, mi attanaglia lo stomaco,
una morsa fredda che mi toglie il respiro. Non so se sono realmente pronto a scoprire cosa Richard ha scovato nel passato di Amelia, quali oscuri segreti si celano dietro quegli occhi che, nonostante tutto, continuano ad attrarmi con una forza inspiegabile. Il suo passato, come un’ombra inquietante, si sta insinuando sempre più profondamente nella mia vita, avvolgendola in una spirale di dolore e paura. E io… io sento un’urgenza viscerale, un bisogno primordiale di salvarla da qualunque cosa la stia lenta- mente consumando, di strapparla via da quel buio oppri- mente. Voglio a tutti i costi essere colui che le restituirà la serenità, colui che finalmente vedrà quegli occhi me- ravigliosi brillare di una luce nuova, una luce libera da ombre e tormenti, una luce che possa illuminare anche la mia esistenza, ora così stranamente focalizzata su di lei.
«Buonasera, Richard. Dimmi, sei riuscito ad avere al- tre informazioni?»
«Quello che ho scoperto si trova in questa cartellina. Ѐ stato abbastanza facile, tranne per dei file criptati sul sito della polizia a cui non sono riuscito ad arrivare.» Mi acciglio.
«Che tipo di file?»
«Presumo siano altre denunce di violenza. E se sono criptati è perché chi ha denunciato non vuole far sapere la sua identità.» Quindi è un recidivo.
Annuisco pensieroso; poi apro la cartellina e trovo i suoi dati anagrafici:
Hyde Fox
Nato a New York il 15.08.1983
Ha una famiglia e tre figli. Residente a New York
Possiede la Mirabell che ha sede a New York, Ohio e Pennsylvania.
Capitale 8.000.000,000$annui
Lo stronzo possiede un capitale niente male, ma di si- curo non arriva neanche lontanamente a superare il mio, quindi posso annientarlo senza problemi.
Non lascerò che la passi liscia, perché non può conti- nuare ad avere tutto questo potere senza ripercussioni dopo aver fatto del male a delle persone. In particolare ad Amelia.
«Voglio sapere se ci sono falle nell’impresa, qualsiasi cosa; se è in procinto di essere messa sul mercato ed es- sere venduta. Se ciò dovesse accadere, devo essere il primo a saperlo.» Lo avverto.
«Sì, signore. Come sempre!»
«Grazie Richard, è tutto.» Lo congedo e mi massaggio le tempie. Da quando ho saputo di quel pezzo di merda non riesco a darmi pace.
Apro nuovamente la cartellina e guardo di cosa si oc- cupa la sua azienda. Ha una fabbrica che distribuisce in- timo in vari store del paese.
Devo approfondire la cosa. Mi sono già occupato di diverse aziende di questo genere, ma devo sapere se ci sono falle, quante persone ci lavorano, se i dipendenti so- no pagati bene e se rispettano le norme socio-lavorative.
«Cam?» Lo chiamo con un tono che tradisce una punta di impazienza, ma il suo nome si perde nel silenzio del mio ufficio. Sbuffo nervosamente, una frustrazione sottile che inizia a serpeggiare dentro di me, e mi decido ad uscire, ritrovandomi la scena inaspettata di Cam bea- tamente intento a chiacchierare con Amelia proprio fuori dalla mia porta. I miei occhi, come calamite impazzite, si posano immediatamente su di lei, e un’ondata di calore inattesa mi pervade.
Noto con un piacere quasi fisico quanto il suo volto appaia disteso e sereno oggi, un netto contrasto con la tensione palpabile di ieri. E quel suo sorriso… un raggio di sole che le illumina il viso mentre ascolta Cam raccon- tare con entusiasmo i dettagli della sua serata con il suo nuovo ragazzo, questo Tom, un uomo che, a quanto pare, l’ha affascinato con i suoi modi eleganti e galanti. Un vago senso di sollievo mi pervade nel vederla finalmente più tranquilla, più… viva.
Nel frattempo, il mio sguardo la scansiona involonta- riamente, analizzando ogni dettaglio della sua figura e del suo outfit. Indossa una gonna aderente in pelle nera che ne esalta le curve sinuose, abbinata a una camicia bianca di seta leggera che fascia delicatamente il suo seno pro- speroso, accendendo fantasie proibite nella mia mente. I tacchi vertiginosi slanciano ulteriormente le sue gambe lunghe e affusolate, una visione che accende immediata- mente il desiderio in me, risvegliando le immagini nitide di quelle stesse gambe avvinghiate alla mia vita, mentre mi cavalca con una passione sfrenata, fantasie che la mia immaginazione ha coltivato fin troppo spesso in questi giorni.
«Disturbo forse qualcosa di importante?» La mia voce, leggermente più roca del solito, interrompe la loro conversazione. Entrambi si voltano di scatto. Cam mi guarda con un’espressione vagamente truce, quasi infa- stidito dalla mia intrusione, mentre Amelia… beh, Amelia sembra improvvisamente irrigidirsi, avvolta da un’aura di soggezione. Abbassa immediatamente gli occhi, fissando le sue scarpe come se fossero la cosa più interessante del mondo. Mancano ancora diverse ore al nostro appunta- mento, a quella cena che ho organizzato con tanta cura. Che cosa ci fa qui, nel bel mezzo del mio ufficio? Non che la sua presenza mi dispiaccia, tutt’altro.
«Cam,» ordino con un tono che non ammette repliche,
«mi servono informazioni dettagliate su questa azienda,» indico una pila di documenti sulla mia scrivania. «Fai delle fotocopie di tutto e mandale immediatamente anche all’ufficio legale.» Delego a Cam questo compito ur- gente, un pretesto per allontanarlo da Amelia e avere fi- nalmente un momento da solo con lei.
Non appena Cam si allontana diligentemente per ese- guire i miei ordini, mi rivolgo di nuovo a Amelia, con lo sguardo che la cerca insistentemente. «Ti sarei passato a prendere,» le ricordo con un tono sorprendentemente dolce, quasi un sussurro, mentre istintivamente porto le mani nelle tasche dei pantaloni. Un gesto involontario, dettato dal desiderio irrefrenabile di toccarla, di sfiorare la sua pelle, e dalla necessità impellente di nascondere l’erezione inequivocabile che la sua sola presenza ha sca- tenato in me.
«Sono andata a pranzo fuori con Cam,» mi spiega con un tono sorprendentemente leggero, quasi allegro, ma con un’ombra di incertezza che le vela lo sguardo. «Re- sterò nei paraggi fino a quando non arriverà… il nostro appuntamento di scuse.» Un sorriso timido, quasi impac- ciato, le increspa gli angoli delle labbra, e il mio sguardo non può fare a meno di soffermarsi sulla novità: un vi- brante rossetto rosso che le colora la bocca, rendendola improvvisamente irresistibile. La mia mente, con una ra- pidità disarmante, comincia subito a vagare, a immagi- nare quelle labbra morbide avvolte intorno al mio mem- bro turgido, la sua pelle diafana a contrasto con il rosso intenso. Ma devo immediatamente ricacciare indietro questi pensieri lascivi, devo impormi un freno. Con Ame- lia, non posso permettermi in alcun modo di approcciarla con la sola lussuria.
Prima di ogni altra cosa, devo conquistare la sua fidu- cia, guarire le ferite del suo passato, dimostrarle che non sono come quell’uomo che l’ha traumatizzata.
«Puoi restare qui, se vuoi,» mi lascio sfuggire, un’of- ferta impulsiva dettata da un desiderio improvviso di averla ancora un po’ vicina, di prolungare quell’inaspet- tata serenità che le ho letto negli occhi. Mi pento all’i- stante di aver pronunciato quelle parole, temendo di averla messa a disagio.
«Oh, non serve,» risponde con un tono che cerca di essere leggero, ma non sfugge al mio sguardo la fugace tristezza che le attraversa gli occhi, una malinconia che mi fa sentire immediatamente in colpa per aver abusato, anche se involontariamente, del mio potere. «Ho solo ac- compagnato Cam.»
In quel breve istante, mille domande mi assalgono, in- terrogativi che di solito non sfiorano nemmeno la super- ficie dei miei pensieri. Mi chiedo se stia mangiando ab- bastanza, se quel misero stipendio da cameriera le per- metta di nutrirsi adeguatamente. Mi chiedo se abbia i mezzi per comprarsi le cose di cui ha realmente bisogno, al di là di quel paio di scarpe costose che rappresentano un’eccezione in un quadro di evidente ristrettezza econo- mica. Mi chiedo tante, troppe cose, dettagli insignificanti per l’uomo d’affari cinico e spietato che sono sempre stato.
«A più tardi!» mi saluta con un altro sorriso forzato, si volta e si allontana con passo svelto, lasciandomi lì, immobile, con un’irrefrenabile, lancinante voglia di rive- derla, di sentirla ancora un po’ vicina. Spero con tutto me stesso che il resto di questo interminabile pomeriggio tra- scorra alla velocità della luce.
CAPITOLO 6
Ritorno a camminare per le strade trafficate di New York e stranamente anche il respiro torna regolare. Speravo di non incontrare Blake, ma Cam ha insistito che salissi. Voleva raccontarmi a tutti i costi l’uscita con il suo nuovo ragazzo, anche perché per tutto il pranzo abbiamo parlato di altro. Mi ha chiesto come stessi, se avessi trovato un nuovo lavoro… insomma, non ha accennato neanche per un attimo di questo Tom. E quindi, quando l’ho riaccom- pagnato, non ho saputo dirgli di no, anche se ero consa- pevole del fatto che ci sarebbe stata la possibilità di in- contrare Koch.
E così è successo.
Ritrovarmelo davanti è stato come risvegliare tutto quello che mi suscita ogni volta che lo vedo, in contrasto tra odio e desiderio.
Le farfalle nello stomaco hanno iniziato a volare e quando ho incontrato i suoi occhi, il battito del mio cuore ha accusato il colpo.
Il mio corpo sa già cosa vuole. Desidera Blake Koch. Ma è la mia mente a riportarmi alla ragione, a farmi re- stare sempre sul chi va là.
Anche perché, diciamoci la verità, non sono all’al- tezza di un uomo come Blake, così sexy e peccaminoso. Tuttavia sta cercando di redimersi dopo avermi licen- ziata, e questo suo gesto il mio povero cuore lo ha tra- sformato in una carezza rigenerante. Non so a cosa pos- sano servirmi le sue scuse o se possano bastarmi dal mo- mento che lui non ha il problema di doversi trovare un lavoro decente al più presto, ma io sì. E se ciò non do- vesse avvenire, non potrò permettermi di pagare l’affitto a Daisy, anche se è stata così gentile da venirmi ancora incontro.
E neanche di andare a fare shopping con Cam. Lui è stato super felice per me quando, a pranzo, gli ho parlato della candidatura inviata a quell’azienda trovata su inter- net, e si è offerto di accompagnarmi a scegliere l’abito adatto se mai dovessero assumermi. E io non so come dirgli che non ne ho bisogno e che, soprattutto, non ho i soldi neppure per comprarmi un paio di calzini nuovi. Che quel poco che ho mi serve per le cose necessarie, per la sopravvivenza, per non venir schiacciata da questa città come un povero inutile insetto.
Sospiro, continuando a passeggiare, restando affasci- nata dalle vetrine di alcuni negozi. A volte mi serve stare da sola e perdermi nei dettagli del luogo in cui mi trovo.
Anche per distrarmi un po’, perché lo ammetto: sono in ansia per l’uscita di stasera. La sto aspettando con im- pazienza, come se avessi ancora quattordici anni. Ah, maledetto Blake!
Il mio telefono squilla.
«Amelia, sto scendendo adesso.» Mi avvisa Blake una volta che ho risposto. Io strabuzzo gli occhi. Che ore sono? Così controllo l’orologio sul cellulare e mi accorgo che mancano pochi minuti alle sette. Oh, cazzo!
«Non mi sono resa conto dell’orario, sono a Central Park. Puoi aspettarmi?» Cerco di orientarmi, ma credo di essermi persa.
«Tu non muoverti, arrivo io. Dimmi dove ti trovi pre- cisamente?»
Fermo un passante che sta passeggiando con il suo cane e glielo chiedo.
«Sto arrivando.» Sento dire dall’altro capo del tele- fono. Ha sentito tutto.
Nell’attesa che mi raggiunga non riesco a stare ferma, a respirare bene. Mi ritrovo a contare i minuti che pas- sano. Ho bisogno di distrarmi con qualcosa. Mi avvicino al chiosco che ho di fronte e chiedo un caffè, ma mi pento subito di averlo fatto, perché ho già speso tutto per il pranzo con Cam.
«Senta, non ho contanti e ho dimenticato la carta a casa, posso restituirglielo?» Sorrido imbarazzata al si- gnore dietro il bancone.
«Assolutamente nessun reso! Non ha letto il cartello, ben in vista proprio lì?» La voce del venditore ambulante, che è carica di irritazione, mi colpisce come uno schiaffo. Un peso opprimente inizia a schiacciarmi il petto, ren- dendo il respiro corto e affannoso. Non posso crederci, sono stata così incredibilmente sprovveduta! Come ho potuto anche solo pensare di…?
«Mi scusi, i-io…», balbetto, sentendo le guance av- vampare di vergogna. Le parole mi muoiono in gola, strozzate dall’imbarazzo e dal panico. Mi sento una per- fetta idiota, incapace di formulare una scusa decente. Proprio in quel momento, una voce profonda e melo- diosa, un timbro inconfondibile che riconoscerei tra mille, mi giunge alle orecchie come un canto celestiale, un balsamo per la mia anima in subbuglio. Un’ondata di pura estasi mi percorre la schiena, annullando all’istante la mia crescente angoscia.
«Il caffè per la signorina è offerto da me.» Blake!
Con un movimento fluido ed elegante, mi volto di scatto e lo vedo. Il suo sguardo sereno incrocia il mio, trasmettendomi una calma inaspettata. Con una noncu- ranza che cela una profonda gentilezza, sta già porgendo la sua carta al venditore, pagando il mio piccolo lusso, la coccola che avevo osato concedermi nonostante le tasche completamente vuote. Quel suo gesto semplice, com- piuto con tanta naturalezza, mi scalda il cuore come un raggio di sole tiepido che squarcia un cielo plumbeo. Sento che mi sta salvando, in silenzio, senza ostenta- zione, proteggendo la mia dignità e il mio segreto biso- gno d’aiuto dagli occhi del mondo. Il venditore ambu- lante accenna un sorriso complice a Blake, porgendogli il contenitore di carta con un cenno di intesa. Blake lo afferra con la sua solita disinvoltura e me lo porge imme- diatamente, i suoi occhi scuri mi scrutano brillando di una luce rassicurante.
«Grazie…» Mormoro, la voce appena un sussurro tre- mante, mentre un rossore imbarazzato mi colora le guan- ce. Abbasso lo sguardo, incapace di sostenere la sua in- tensità, mentre ci allontaniamo insieme dal chiosco, la- sciando alle spalle il venditore e la mia recente figurac- cia.
«Non c’è assolutamente di che, Amelia.» La sua rispo- sta, sebbene pronunciata con una serietà che gli è tipica, è stranamente addolcita da una sfumatura di… premura? Un velo di qualcosa di indefinibilmente affascinante av- volge il suo tono, una vibrazione sottile che risuona in me, risvegliando una consapevolezza innegabile. Perché, diciamocelo chiaramente, senza filtri e senza la minima esitazione: Blake è dannatamente irresistibile. Ogni suo gesto, ogni sua parola, emana un’aura magnetica a cui è impossibile rimanere indifferenti. E in questo momento, mentre camminiamo fianco a fianco, sento distintamente il suo fascino agire su di me, come una dolce e inesora- bile corrente.
Uno degli uomini più belli che io abbia mai cono- sciuto, con quel suo volto che sembra disegnato da Leng Jun in persona, caratterizzato da lineamenti così affasci- nanti da sembrare quasi surreali. Le sopracciglia folte e ben definite incorniciano uno sguardo magnetico, mentre la sua pelle, perfetta e priva di imperfezioni, emana una luminosità che cattura l’attenzione. Gli occhi, misteriosa- mente nascosti dietro occhiali da sole scuri, aggiungono un tocco di intrigante mistero al suo fascino, rendendolo ancora più attraente.
Non so ancora che cosa aspettarmi da questa serata, se, soprattutto, non so se mi pentirò d’aver accettato il suo invito. O se mi pentirò anche di aver acconsentito a dargli del tu. Non so perché io lo abbia fatto in realtà, è stato un gesto… istintivo. Probabilmente penso sia do- vuto al mio momento di debolezza, al fatto che in quel momento il mio cervello non stesse connettendo come doveva. Ma poi non sono più tornata sui miei passi, e non riesco a spiegarmelo. Qualcosa mi spinge sempre da lui. Ѐ una sensazione strana. Detestarlo ma volerlo allo stesso tempo. Dirgli di no e poi ritrovarmi inglobata in un sì. Ma quello che spero davvero, e che vorrei accadesse, è avere una seconda possibilità come assistente.
Ho bisogno di imparare da lui, che è il migliore nel suo campo.
L’esperienza con la Mirabell, e quindi con il mio vec- chio capo Hyde Fox, non è stata delle migliori. Ho impa- rato solo lo stretto necessario, anche perché non ci sono rimasta moltissimo per varie problematiche. Ed è stata questa bruttissima parentesi della mia vita a farmi pren- dere la decisione di lasciare l’Ohio e venire qui a New York. Ma questa è un’altra storia, ed è meglio lasciarla sepolta dove sta. Al di là di tutto, è a me stessa che devo pensare adesso, e se il suo invito può essere un buon modo per arrivare al mio obiettivo, perché no. Anche se non penso proprio, perché mi sembrava abbastanza chiaro e deciso quando mi ha ribadito che non l’avrebbe fatto. Però com’è che si dice? La speranza è l’ultima a morire, no?
In questi giorni sono andata a cercarmi su internet tutte le interviste che ha fatto per le varie testate giorna- listiche, e anche per le riviste più in voga del momento, e ho appreso quanto quest’uomo tenga al suo lavoro e alla sua azienda. Quanta passione metta in ciò che fa, e sì, anche quanto il suo ego cresca di vittoria in vittoria. Quanto necessiti, ed esiga, sempre di più. Persino da sé stesso.
«Dove siamo diretti?» Gli chiedo, non solo perché sono curiosa, ma anche per smorzare un po’ questo silen- zio che si è venuto a creare tra di noi.
«Ti sentiresti in pericolo, o in imbarazzo, se ti portassi a casa mia?» Blake modula la domanda con la stessa se- rietà di prima, ma anche con un velo di paura nel timbro di voce di cui non riesco a capire il perché. Il cuore che comincia a battere forte, mi fa tornare con la mente a di- versi scenari della mia vita a cui non voglio pensare. Ma quando si toglie gli occhiali da sole neri e costosissimi, e punta i suoi zaffiri nei miei, avverto una sensazione di tepore che mi ridà tranquillità.
La luce del sole, che gli si posa sul volto, lo rende an- cora più bello. Sembra che sia nato per essere baciato dai suoi raggi. E io vorrei prendere il posto del sole e avere il privilegio di accarezzargli la pelle per sentirne la con- sistenza.
«Se le cose dovessero complicarsi, ci sarà una via di fuga?» Chiedo. Non mi aspetto che capisca la mia do- manda, mi aspetto che risponda e basta.
«Avrai il codice del mio ascensore di casa, Amelia, e potrai andartene quando vuoi. In qualsiasi momento, se ne sentirai il bisogno. E io ti prometto che non mi op- porrò.» Mi risponde tranquillo, e io non so cosa dire.
Da un lato penso che non sia una buona idea cenare a casa sua, e dall’altro che… sì, magari avere un po’ di pri- vacy ci possa far sentire un po’ più a nostro agio. Anche se io non so quanto potrei sentirmi a mio agio in una si- tuazione del genere. E soprattutto a casa sua.
«Perché vuoi che andiamo a casa tua?»
«Perché ho cucinato per te, Amelia.» Cosa? Non posso credere alle mie orecchie.
«Tu sai cucinare?»
«Poche cose».
«E cosa avresti preparato?» Sorrido incredula.
«Se accetti lo scoprirai. Altrimenti ho un tavolo pre- notato per noi in un ristorante. Decidi tu».
Perché tutte queste attenzioni?
«Offri a tutti una cena per scusarti di essere stato uno stronzo?»
«No, Amelia. Io non mi scuso mai. L’ho fatto solo con te».
Incredibile quello che la sua voce riesce a fare al mio corpo.
E i suoi occhi… mi fanno perdutamente innamorare quando mi fissano aspettando una risposta o quando mi studiano per cercare di capire cosa potrei dire dopo.
Non posso credere di aver appena pensato alla parola ‘innamorare’.
«Va bene. Vengo a casa tua.» Mi sento ancora un po’ titubante, ma accetto comunque, perché la curiosità ha avuto la meglio. E, alla fine, a questa cena non ci vado solo con il sogno che Blake mi riassuma, ci vado anche con la voglia di conoscere qualcosa in più su di lui.
I suoi occhi, alle mie parole, si rilassano e un sorriso spettacolare gli illumina tutto il viso, facendomi sorridere di conseguenza.
«Allora andiamo, il mio autista ci sta aspettando.» Bevo il mio caffè, che fino ad allora non avevo conside- rato, tutto d’un sorso e butto il contenitore vuoto nel primo cestino utile.
Quando entro in auto mi sento su di giri, e vorrei non aver preso quel caffè, perché è anche colpa sua se mi sono aumentati i battiti del cuore, non solo perché Blake mi guarda e mi sorride. E so che quello sguardo e quel sorriso sono la sua arma di seduzione. L’arma che le fa cadere tutte ai suoi piedi.
Per non parlare del suo profumo… sembra che i sedili di questa macchina ne siano impregnati, e che ogni volta che ci salgo sopra mi si attacchi addosso, sui vestiti, sulla pelle, nelle narici. Ѐ una sensazione che non provavo da diverso tempo, e che mi fa diventare rossa in viso.
Dopo dieci minuti entriamo in un sotterraneo, l’autista ci fa scendere e in silenzio ci avviciniamo all’ascensore.
Attendo che Blake inserisca il codice, ma lui rimane immobile.
«Cosa stiamo aspettando?»
Lui mi passa il suo telefono. «Cambia pure il codice dell’ascensore. Me lo dirai a fine serata.» Questa è un’al- tra prova che evidenzia il fatto che sta facendo di tutto per farmi sentire al sicuro.
Vuole davvero scusarsi.
Così agguanto il suo iPhone di ultima generazione e inserisco il nuovo PIN. In realtà è la data del compleanno di mia nonna.
«Fatto.» Glielo ripasso.
«Adesso digitalo sulla tastiera dell’ascensore. Mi giro così spero tu possa capire ancora meglio che sono un uomo di parola».
Annuisco piano, mentre lui mi dà le spalle. Una volta che il nuovo codice è stato inserito, ecco che le porte dell’ascensore si aprono. Perciò prendiamo immediata- mente posto al suo interno e arriviamo direttamente nel suo attico.
Cosa pensavo, che sarei andata in uno squallido ap- partamento?
È uno degli uomini più ricchi di New York o forse dell’America.
Appena entro vengo accolta da un pavimento in mar- mo bianco con venature nere e ciò rende tutto sofisticato ed elegante. Mi viene voglia di togliermi le scarpe e di camminare a piedi scalzi.
Le volte sono alte e le vetrate partono dal pavimento e arrivano al soffitto. Anche qui a casa sua, così come nel suo ufficio, Blake ha una bellissima visuale del panorama e non posso non avvicinarmi ad ammirarlo.
Faccio quello che avrei voluto fare il primo giorno nel suo ufficio.
Anche Blake si sofferma a guardare questo spettacolo meraviglioso. La sua spalla che sfiora la mia.
«È rilassante questa vista, sembra di essere sull’Olim- po, di poter avere il controllo dell’intera città. E per ri- spondere alla domanda che mi ha fatto qualche giorno fa, quando sei piombata nel mio ufficio, sì, guardo sempre il panorama, pure da lì. Mi aiuta a pensare».
Mi volto, lo osservo e mi viene l’istinto di gettarmi tra le sue braccia, ma cerco di controllarmi, di non dare retta al mio corpo.
Sono qui perché ho accettato le sue scuse. Basta. Nulla di più.
«Hai creato la tua fortuna, non tutti sono in grado di farlo.» Lo vedo accigliarsi, e vorrei sapere a cosa sta pen- sando.
Chissà come deve essere sentirsi pienamente realiz- zati…
Però il silenzio che segue la mia affermazione mi fa capire che forse ho toccato un tasto dolente. Mi chiedo perché. Blake Koch si mostra sempre un uomo tutto d’un pezzo, come un cavaliere senza macchia e senza paura, ma adesso… adesso mi sembra solo un comune essere umano con l’armatura scheggiata da qualcosa. Glielo leggo sul volto piegato in una strana espressione. Eppure parlare del suo lavoro dovrebbe farlo sentire ancora più invincibile. Così come mi è sempre apparso nelle inter- viste che ha rilasciato. Evidentemente, però, anche lui ha i suoi mostri nell’armadio. Mostri di cui non ha molta vo- glia di parlare.
Difatti cambia subito argomento.
«Ho preparato il vitello tonnato, l’insalata e le patate al forno.» Annuncia guardandomi.
Sono molto colpita, non ho mai mangiato il vitello tonnato, ma ho sentito dire che è buonissimo.
«Non è un piatto facile.» Commento stupita.
«Vieni.» Mi invita a uscire sul terrazzo prendendomi la mano, e quel contatto fa fremere tutto il mio corpo. Quando lo raggiungiamo accende le luci appese al muro che fanno atmosfera creando una tenda luminosa, e quando calerà la sera, sarà come avere una distesa di stelle artificiali sopra le nostre teste. Dal suo terrazzo si può vedere tutta New York, ma avere allo stesso tempo la pace, grazie all’altezza del grattacielo, che attutisce i rumori della città, rendendoli semplici rumori di sotto- fondo.
Spostando lo sguardo noto una tavola apparecchiata in modo elegante, impreziosita da un vaso con delle bellis- sime rose rosse posizionate al centro che stanno d’in- canto con le sue stoviglie sofisticate. Sul viso di Blake adesso non c’è più traccia dell’ombra di poco prima. E questo mi rincuora.
L’aria calda di quasi inizio estate è piacevole e la se- rata è perfetta, ci dedica un tramonto fatto di mille sfu- mature, con colori intensi e caldi. Il sole è una palla in- fuocata che ci saluta attraverso due grattacieli. Inspiro lentamente ed espiro, rilassando tutto il mio corpo e ac- cogliendo questa piacevole sensazione.
Blake ritorna qualche minuto dopo con un carrellino, su cui ha appoggiato tutte le pietanze da lui preparate. Di lato c’è anche una bottiglia di vino, che si appresta ad aprire velocemente, per poi versare il liquido ambrato nei bicchieri.
Non oso neppure immaginare quanto possa esser co- stata, ma non voglio indagare.
«Non fai ricerche sul vino stasera?» Domanda pren- dendomi in giro.
«L’ignoranza in questi casi è la miglior alleata.» Com- mento guardandolo mentre riempie i nostri piatti in modo elegante, sofisticato, come se lo facesse di mestiere, per poi servirli a tavola. Mi aspettavo ci fosse uno stuolo di servitori al suo cospetto, invece non c’è nessuno. E ne rimango stupita.
«Allora ti basti sapere che costa tutte le mie scuse e qualcosa di più.» Annuisco e sorseggio il vino che mi esplode in bocca. Sa di frutti di bosco.
«È squisito. Credo che potrei iniziare a perdonarti un po’.» Ammetto sorridendo, mentre lo guardo alzare bic- chiere e portarlo alle labbra. La flessione del suo avam- braccio, le vene esaltate da ogni suo movimento. Mi muovo a disagio sulla sedia, perché sto perdendo com- pletamente la ragione.
Sono convinta che lui sia uno stregone e che mi abbia fatto un incantesimo nell’esatto momento in cui ci siamo incontrati in ascensore, altrimenti non si spiega.
Non ho più la facoltà di gestire il mio corpo. Sembra che lui con dei fili invisibili sia capace di accenderlo e di spegnerlo a suo piacimento.
Poggio il calice sul tavolo e aspetto che Blake si sieda di fronte a me.
Non indossa più il panciotto e la camicia è aperta sulla gola, mostrandomi il suo collo taurino. Il mio sguardo scende fino ai suoi pettorali per poi ritornare sulle spalle.
Sono certa che qualsiasi donna si senta al sicuro tra quelle braccia.
Mi chiedo se anche io mi sentirei protetta nel calore del suo abbraccio.
Sembrano forti, eppure non potrò mai avere il piacere di scoprirlo.
«Amelia, va tutto bene?» Domanda.
Devo essermi incantata. Persa nel suo modo di fare, di coccolarmi.
Poso i miei occhi nei suoi e lui mi sorride compia- ciuto. «Va tutto bene. Dove hai imparato a cucinare?»
«Ѐ stata mia nonna a insegnarmi. Era una donna che ha vissuto nel dopoguerra, con poche cose e quando po- teva mi insegnava a cucinare. Era un bel modo di passare del tempo insieme.» È vero, le nonne hanno sempre una marcia in più.
Sono sorpresa da questa rivelazione e anche contenta che sia un comune essere umano e non un alieno.
«Pensavo fossi un extraterrestre.» Sorrido mentre ad- dento il primo morso di vitello tonnato e tutto si ferma. Lo guardo immobile, non posso credere che abbia cuci- nato lui. Il sentore del limone mi esplode in bocca in- sieme alla carne tenera che si scioglie sul palato.
«Lo sapevo, non ti piace. Possiamo ordinare una pizza».
«Smettila Blake, è la cosa più buona che abbia mai mangiato in vita mia.» Ribatto subito, e lui mi sorride sincero. Finisco tutta la mia porzione e chiedo il bis. Credo di essermi innamorata di quest’uomo straordina- rio, nell’ordinario.
Ecco, ancora quella parola. Mi farò ricoverare a fine cena!
Ridiamo e scherziamo per tutto il resto della serata, parlando del più e del meno, dei sogni che ho nel cassetto, di come mi trovo al Tom Koster. Ma poi, all’improvviso, mi viene un nodo alla gola, perché non posso concedermi una conoscenza. Non posso perdere di vista la mia vita, me stessa, tutto. Non posso. L’Amelia Sloan dell’Ohio non se lo merita. Quella tumefatta dal dolore, screziata dalla vita non se lo merita.
Perciò smetto di fissarlo e mi volto verso il panorama per non fargli intuire il mio stato d’animo.
«Dimmi cos’hai, Amelia.» Afferma serio. Si è accorto che non sto bene.
Ma io non riesco a muovermi, a dire niente. Però ci pensa Blake a farmi girare verso di lui, afferrandomi il volto con le dita. Siamo di nuovo occhi negli occhi, e io mi perdo a osservare il suo viso perfetto e quella fossetta sul mento che mi fa perdere la testa, e che su di lui do- vrebbe essere proibita.
«Sei stato gentile a fare tutto questo per me, ma credo che adesso sia arrivato il momento di andare a casa.» Glielo leggo nelle pupille color giada che vorrebbe farmi altre cento domande, capire il perché del mio improvviso cambio d’umore. E io vorrei restare un altro po’ a guar- dare questo panorama, ma non posso andare oltre questo, perché rischierei di ferirmi e Blake non troverebbe una donna, ma solo una ragazzina spaventata da un rapporto intimo.
«Posso accompagnarti a casa?»
«Prenderò la metro, Blake. Continua a fare la tua vita, come prima che arrivassi io. È stata una spiacevole e pia- cevole parentesi.» Sorrido malinconica.
«Dam ti accompagnerà. Ti aspetta di sotto.» Si avvi- cina, ma io faccio un passo indietro, così si blocca. Vedo il suo viso contorcersi dal turbamento.
«Avevi detto che me ne sarei potuta andare quando volevo e che tu non ti saresti opposto».
«Hai ragione. Buonanotte, Amelia».
«Il codice è 5747. Buonanotte, Blake».
Vado verso l’ascensore e una volta che si chiudono le porte crollo sul pavimento e inizio a singhiozzare.
Perché quando mi capita una cosa bella non la posso accogliere?
Guardo in alto e penso ai miei genitori che se ne sono andati via troppo presto e mi hanno lasciato a cavarmela da sola.
Tante volte ho rivolto loro il mio pensiero, le mie paure, le mie domande senza avere mai risposta. Ho sem- pre pensato che mi avrebbero aiutata attraverso i segni. Ne cerco costantemente in ogni momento della vita quo- tidiana e a volte li riesco a captare, altre volte c’è solo un silenzio assordante.
Vorrei poter avere un segno adesso, di quelli che mi dicono che non devo avere paura dei sentimenti che ho provato questa sera con Blake. Vorrei le braccia di mia madre che mi confortano mentre le racconto della piace- vole serata che ho passato con Blake e le parlo delle mie paure, delle mie sensazioni e delle mie emozioni.
Invece mi ritrovo per l’ennesima volta a dirgli addio.
A essere da sola.
Spero che Blake possa avere tutto il successo del mondo. Per quanto riguarda me, invece, beh… io resterò solo una ragazza impaurita che forse non riuscirà mai a sconfiggere i suoi demoni.
È così che mi sento, come se i demoni mi stessero schiacciando.
Ho provato a fiorire, ma qualcuno ha preso un sasso e mi ha schiacciata.
Poi ho provato ancora, ma qualcun altro mi ha schiac- ciato nuovamente.
Adesso sto provando a rifiorire, ma sono ammaccata, fragile e sola.
Se dovessi chiedere aiuto a qualcuno, nessuno me lo darebbe, quindi resto semplicemente con me stessa, per- ché solo così mi sento al sicuro.
CAPITOLO 7
Ho dovuto fare appello a tutta la mia forza interiore per non rincorrerla. Ma d’altronde gliel’avevo promesso.
Vederla andare via, però, mentre il suo corpo mi di- ceva, che sarebbe voluta restare, mi ha aperto una vora- gine nel petto. I suoi occhi erano tristi e paurosi. E a nulla è servito provare ad avvicinarmi, a capire il perché del suo cambio d’umore quando sembrava che stesse an- dando tutto bene, perché lei ha mostrato panico. Come se si sentisse a disagio nel rimanere ancora lì. E quel panico mi ha bloccato, facendomi rimanere al mio posto. Non avrei mai potuto forzarla, non me lo sarei perdonato.
«Dam?» Chiamo il mio autista a telefono.
«Amelia è a casa sana e salva.» Mi conferma senza neanche bisogno di chiedergli niente.
«Come stava?» Indago.
«Piangeva, signore. Ma cercava di nasconderlo».
«Grazie, Dam. A domani».
Piccola tentatrice, cosa posso fare per farti assaporare la vita senza paura?
Devo inventarmi qualcosa.
Devo cercare di farle capire che io non sono un ne- mico, ma il suo fedele alleato.
Il mattino successivo mi reco a lavoro come di con- sueto, ma la mia testa è altrove, perché non faccio che pensare a lei, a come sono stato bene in sua compagnia.
Sembrava che il tempo non fosse mai esistito, sempli- cemente siamo esistiti noi.
È come se ogni singolo istante della giornata fosse un lungo e dolce preludio. Un’attesa carica di emozione e speranza. Un conto alla rovescia che scandisce i battiti del mio cuore, fino al momento in cui la rivedrò. Ed è proprio in quel preciso istante che tutto prende vita.
«Buongiorno, Cam.» Lo saluto, mentre mi aspetta da- vanti all’ascensore per elencarmi la mia agenda.
«Buongiorno, boss. Poco fa è venuto il signor Smith, ha lasciato questa per lei.» Mi dice, porgendomi una bu- sta. Poi continua. «E senta, potrei avere un’ora in più di pausa questo pomeriggio?» Chiede titubante, seguen- domi in ufficio.
«Abbiamo una chiusura importante prossima setti- mana.» Gli rammento mentre accendo il portatile.
«Lo so, e prometto di lavorare giorno e notte, ma ho bisogno di quell’ora».
«A cosa ti serve? Sai che devi giustificarla».
«Shopping!»
«Davvero? Mi chiedi un’ora in più per fare shop- ping?» Lo guardo accigliato.
«Sì, e poi devo andare dal ginecologo».
«Sei un uomo, Cam.» Evidenzio fissandolo, ma sem- bra offendersi.
«Non è per me, devo accompagnare un’amica».
«Può andarci da sola!» Esclamo. Sarei curioso di sa- pere chi è che si fa accompagnare da un amico gay a una visita ginecologica.
«Oh, Gesù. Devo proprio dirlo…» Mi guarda sgra- nando gli occhi.
Lo osservo in attesa.
«Si tratta di Amelia. Devo accompagnarla dal gineco- logo e poi andiamo a fare shopping insieme per il suo colloquio di lavoro.» Mi allerto all’istante, ma non devo farmi scoprire.
«Questo dovrebbe farmi cedere?» Chiedo severo. Cam sbuffa e mi fissa.
«Vai subito fuori dal mio ufficio e inizia a lavorare.» Lo rimprovero.
Cosa deve fare Amelia dal ginecologo?
Mi sento impazzire, perché vorrei avere più informa- zioni. Soprattutto vorrei sapere come pagherà il gineco- logo. Se ha un’assicurazione sanitaria.
«Cam!» Pronuncio di nuovo il suo nome, e dopo pochi secondi entra.
«Sì?»
«In che clinica andrà Amelia?» Mi guarda incuriosito.
«Il nome della clinica, Cam. Dimmelo e basta. Non ho tutto il giorno.» Mi infastidisco.
«È 247 Madison Ave Street 300.» Prendo nota dell’in- dirizzo e lo caccio fuori dall’ufficio, lasciandolo sempre più accigliato.
Non mi interessa sapere cosa pensa.
Cerco la clinica su internet e chiamo chiedendo se hanno appuntamento con Amelia Sloan. Lascio le mie coordinate bancarie e la mia assicurazione sanitaria, di- cendogli di mettere tutto a mie spese.
La donna dall’altro capo della linea sembra molto con- tenta di aver parlato con me, quasi estasiata. Poi chiudo. Quando arriva l’una, Cam sbuca nel mio ufficio e mi chiede se può avere questa fantomatica ora di permesso, ma non gliela concedo.
Amelia andrà da sola, non posso permettere che Cam capisca perché gliel’ho chiesto.
Alle quattordici esco dall’ufficio per chiedere a Cam dei documenti, ma non lo trovo. Così guardo il secondo assistente e subito mi indica la sala relax.
Attraverso il lungo corridoio e trovo Amelia che mor- dicchia un sandwich avvolto nella carta stagnola, con all’interno solo della semplice insalata.
Non può andare avanti in questo modo.
«Cam!» Lo chiamo e subito si ridesta. Quasi salta sul posto.
«Stavo giusto tornando alla scrivania».
«Hai già pranzato?» Domando, ignorando Amelia.
«Non ancora.» Afferma. Prendo la mia carta e gliela porgo. «Andate a pranzo, offro io». Sorrido ad Amelia che mi guarda con i suoi grandi occhi marroni, pieni di curiosità. Poi mi volto per andarmene.
In lontananza sento: «Dimmi donna, che cosa hai fatto a quell’uomo?»
Sorrido, perché Amelia mi ha completamente conqui- stato.
Il pomeriggio scorre lento. Ancora non ho controllato il contenuto della busta mandato da Richard, ma sono si- curo che riguardi quel pezzente di Hyde Fox. Lo farò più tardi. Adesso mi interessa sapere altro. Quindi attendo con ansia che passi l’ora della visita di Amelia e succes- sivamente chiamo in clinica.
«Buongiorno, sono Edna, come posso aiutarla?»
«Buongiorno Edna, sono Blake Koch…»
«Signor Kock, ma certo. Mi dispiace doverle dire che la paziente non ha portato a termine la visita, quindi non è stato accreditato nessun pagamento, pertanto se volesse fare una donazione…»
«Sì certo, la farò.» Riaggancio all’istante.
Che cosa è successo in quello studio?
Devo scoprire, inoltre, con quale azienda ha il collo- quio, ma non posso chiedere a Cam, anche se sicura- mente ha capito tutto sin dal primo istante.
In tutti questi anni non mi sono mai interessato a nes- suna, come sto facendo con lei.
Invece adesso tutto il mio interesse è rivolto a lei.
Ho trovato la donna che calma il mio spirito e fa ga- loppare il mio cuore.
Impadronendosi di tutte le ore della mia giornata. Esco tardi dal lavoro e mi avvio a piedi a casa, conge- dando il mio autista. Ho bisogno di fare due passi dopo essere stato tutto il giorno alla scrivania.
Quando arrivo davanti al portone di casa vedo Amelia con in mano una tortiera.
Non indossa i soliti abiti da lavoro, ma un jeans e una maglietta bianca che la rendono estremamente sensuale. Il mio corpo si ravviva nell’istante in cui i suoi occhi incontrano i miei e, a quel contatto, noto le sue guance diventare rosse.
«Amelia che ci fai qui?»
«Ti ho portato un dolce fatto da me», sorride. «Un dolce per ringraziarti del pranzo e del caffè.» Annuisco. Avrei voluto che pranzasse con me. Le avrei offerto un buon pranzo e anche una cena e anche la colazione, e an- che la mia intera vita se fosse necessario.
«Sei gentile. Vuoi salire?» Domando. Annuisce, così la invito a entrare nel portone.
«Puoi inserire tu il codice dell’ascensore, è ancora lo stesso.» Sorride e lo fa.
Arriviamo a casa mia e lei appoggia immediatamente la tortiera e la sua borsa sulla penisola della cucina.
«Dimmi di più sul dolce».
«È un semplice pan di spagna. Ѐ l’unica ricetta che richiede pochi ingredienti.» Quelli che lei può permet- tersi di comprare. Gli unici. E questo mi fa capire quanto valga il suo gesto.
La fisso intensamente e vorrei confessarle che so tutto, che conosco ogni cosa di lei. Tranne le sue paure e i suoi blocchi. Quello che pensa quando mi vede e se ha anche lei la stessa voglia di baciarmi a perdifiato. Quella che sale a me ogni volta che la vedo.
Vorrei anche venerarla con il corpo, curarla con i baci e farla sentire al sicuro tra le mie braccia, ma deve essere anche lei a desiderarlo. Perché non farei mai nulla contro la sua volontà.
«Com’è stata la tua giornata?» Le domando mentre mi tolgo la giacca. La vedo accomodarsi sullo sgabello in- torno al tavolo e penso a quanto stia bene nella mia cu- cina. Anche se sembra stare sulle spine. Mi dà l’impres- sione che debba scappare da un momento all’altro.
So riconoscere i segnali di fuga, quando ne vedo uno. Io lavoro con le persone e conosco alla perfezione i loro giochetti. Li ho studiati per anni, perché non posso per- mettere che mi fottano, e certe volte le emozioni scate- nate dal nostro corpo parlano più di mille parole.
Prendo i piatti e servo due porzioni di torta. L’assag- gio curioso, trovandola davvero deliziosa.
«Non supera il mio vitello tonnato, ma è molto buona, ti ringrazio».
«Sapevo che l’avresti detto, ma quando assaggerai quella di mia nonna cambierai idea.» Mi blocco. Sta pen- sando di presentarmi sua nonna e a un “noi” in futuro?
Sorrido e nascondo il mio entusiasmo, mentre mi illu- stra la ricetta passo passo.
«Ti va di vedere un film?» Gli domando a bruciapelo, sperando che accetti. Non mi importa di rinunciare alla sessione di palestra, perché stare con lei è più importante di qualsiasi cosa.
«È meglio che io vada a casa, Blake. Domani mattina ho un colloquio e mi devo svegliare presto.» Amelia si alza di fretta dallo sgabello e afferra la borsa. Mi fissa come l’altra volta.
«Dove hai il colloquio, Amelia?» Il suo sguardo di- venta titubante. Vorrebbe dirmelo, ma alla fine decide di non farlo.
«Potrei mettere una buona parola per te». Sbuffa, ridacchiando.
«Mi hai licenziata, Blake. Nel giro di due ore. Che buona parola andresti a mettere se praticamente non mi hai neanche vista lavorare!» Risponde alterandosi.
«Ormai penso tu abbia intuito il motivo per cui ti ho licenziata, Amelia. Saresti stata una costante distrazione e io non posso avere distrazioni negli affari, ma voglio comunque aiutarti.» Mi alzo a mia volta, avvicinandomi alla sua figura, ma lei fa un passo indietro. Serro i pugni nella tasca dei pantaloni e la fisso desideroso di posse- derla.
La scoperei fino a farle perdere la ragione.
«Il problema, Blake, è che non sarei mai potuta essere una distrazione».
«Perché?»
«Perché quando sto con un uomo, non riesco a provare nulla.» Ammette.
Quindi ha avuto altri uomini, oltre a quel coglione che
l’ha lesa, violata e fatta a pezzi.
«Cosa intendi?»
«Non funziono come le altre persone, Blake.» Deglu- tisce.
Forse sta per dirmi cosa la turba. L’identità dei suoi mostri.
«Non c’è nulla a cui non si possa porre rimedio, Ame- lia.» Le infondo il mio credo, perché è lo stesso che mi ha fatto diventare quello che sono oggi.
Lei inizia a guardarsi i piedi e a stuzzicarsi le mani a disagio.
«Ho voglia di baciarti, Amelia. Ma non lo farò, perché sarai tu a farlo, ma se ciò accadrà, non mi fermerò.» I suoi occhi diventano lucidi, pieni di meraviglie e tristezza.
«Blake non potrò mai soddisfare un uomo, sotto nes- sun punto di vista. È bene che tu te lo metta in testa. Mi dispiace, ma… Ci ho provato, ma è tutto vano.» A cosa si riferisce?
«Perché pensi questo, Amelia?» Rompo la poco di- stanza che ci separa e questa volta non si allontana, sem- plicemente resta dov’è.
«Non posso soddisfare un uomo, e non potrò mai es- sere soddisfatta da un uomo. Non posso. Non ci riesco».
«Con la persona giusta, invece, è possibile. Credimi».
«Puoi avere di meglio, Blake.» D’istinto, le afferro le mani srotolando quel groviglio di dita tese.
«Guardami, Amelia.» Le ordino. Lei alza il viso e mi guarda con timore.
«Non ti farò del male, in nessun modo. Sei fragile, ma anche cazzuta. Quindi, qualsiasi cosa tu stia affrontando, puoi superarla se ti ci metti d’impegno.» Al mio discorso, un fiotto di lacrime comincia a sgorgarle sulle guance, rigandole la pelle. Vederla così mi distrugge il cuore. La prendo per mano e la porto sul divano. Poi prendo un faz- zoletto dal pacchetto sul mobiletto accanto e le asciugo le lacrime.
«Vuoi dirmi cosa ti blocca?» Chiedo lentamente. Sto provando a entrare in punta di piedi nelle crepe della sua anima, e spero che lei me lo conceda.
Amelia mi guarda incerta, soppesando la mia do- manda e decidendo se sia il caso di fare o meno questa rivelazione.
È piuttosto titubante. Forse si sente in imbarazzo.
«È denigrante, e potresti cambiare l’opinione che ti sei fatto di me, Blake. Guardarmi in un altro modo.» Bor- botta. Poi continua. «Mi sento sporca e inutile. Ho pen- sato tanto al mio futuro quando ero una ragazzina, ma non avrei mai creduto di ritrovarmi da sola ad affrontare tutto questo e forse lo sarò per sempre».
Quell’uomo camminerà sui carboni ardenti.
Lo distruggerò.
«Puoi sempre decidere di cambiare la sorte che ti è toccata, Amelia».
Lei scuote vertiginosamente la testa. «Blake, non rie- sco proprio ad avere un rapporto intimo o un orgasmo. È come se ci fosse un muro invisibile che mi blocca, e que- sto muro è il mio passato che mi perseguita. Quando penso a come soddisfare un uomo, provo un vuoto totale, come se tutto fosse sbagliato, come se non meritassi nulla di diverso. Ho avuto un fidanzato per un anno, e solo dopo ho scoperto che mi tradiva da sempre. Mi sento così fragile, così insicura, e questa mia freddezza, questa mia incapacità di lasciarmi andare, mi hanno dato il sopran- nome di “frigida”. È come se il mio passato avesse scol- pito questa immagine di me, e ora è difficile liberar- mene.» Mi confessa cose che sul suo file non ci sono e forse sono più importanti di tutte le altre informazioni che ho ricevuto, perché riguardano la sua sfera umana.
«Perché hai questo blocco?» Chiedo, sperando che si apra ancora di più.
Sospira. «Ho subito una violenza», abbassa lo sguardo per evitare di farmi vedere la vergogna nei suoi occhi. Non vuole il mio giudizio.
Le afferro il mento con due dita e la costringo a guar- darmi.
«Amelia chi è stato?» Le sue lacrime cadono sulla mia mano, i suoi singhiozzi sono sempre più opprimenti im- pedendole di respirare in modo normale. Mi avvicino len- tamente, sentendo il peso delle sue parole e il dolore che traspare nei suoi occhi. Mi inginocchio davanti a lei, con le mani gentili che cercano di rassicurarla. La prendo de- licatamente per le mani, cercando di trasmetterle calore e sicurezza.
«Il mio ex capo. Ero la sua unica assistente. Mi faceva restare a lavoro fino a tardi e quando non c’era più nes- suno ha provato più volte a violentarmi, ma per fortuna non è mai arrivato alla violenza effettiva. Sono sempre riuscita a scappare. Sapevo che avrei dovuto lasciare il lavoro, ma avevo bisogno di quei soldi», spiega tra un singhiozzo e l’altro.
Cristo, non posso credere che abbia continuato a lavo- rare per quel mostro dopo ciò.
«Ho aspettato che arrivasse l’ultimo stipendio per po- ter pagare le visite della nonna e le sue medicine.» Con- tinuo ad accarezzarle la schiena mentre l’abbraccio più forte; si sta sfogando con la testa sul mio petto.
«Cosa ti ha fatto?»
«Mi ha toccata Blake. Mi ha fatto vedere il suo pene, si è masturbato davanti a me. Voleva che lo guardassi, anzi mi costringeva. Mi ha toccato il seno, mi ha bloccata con la testa sulla sua scrivania mentre si dava piacere.»
M’irrigidisco.
Adesso vorrei ucciderlo.
«Sono il primo a cui lo dici?» Domando.
«Solo il mio terapista lo sa, ma ho dovuto abbando- narlo, perché non riuscivo più a pagarlo. Tu sei la prima persona a cui lo confesso, ed è assurdo che lo stia dicendo proprio a te, Blake. L’uomo che mi ha assunta e poi li- cenziata perché è attratto da me.» Si sgancia dal mio ab- braccio e asciuga le lacrime che continuano copiosa- mente a rigarle il viso.
Sembra un bellissimo quadro da appendere in salotto e guardare dalla mattina alla sera, perché in quegli occhi c’è un sacco di sofferenza, ma anche un sacco di voglia di vivere e sconfiggere quei mostri.
«Amelia,» dico con voce morbida e rassicurante, «non sei sola in questo. Sono qui con te, e ti prometto che farò tutto quello che posso per aiutarti a superare questo mo- mento. Puoi parlare con me, o se preferisci, possiamo re- stare in silenzio. Qualunque cosa tu abbia bisogno, io sono qui.»
Lei si asciuga le lacrime con le mani tremanti, guar- dandomi con occhi pieni di dolore e gratitudine. La sua voce è appena un sussurro: «Non so come sia successo… mi sento così persa.»
Le sfioro delicatamente la guancia, cercando di tra- smetterle calma. «Non è colpa tua, Amelia. Quello che ti è successo non definisce chi sei. Sei forte, anche se ora ti sembra impossibile da credere. E io sono qui, accanto a te, per aiutarti a trovare la forza di andare avanti.»
Mi prendo un momento, poi le offro un sorriso gentile, sperando di infonderle un po’ di speranza. «Se vuoi, pos- siamo parlare di tutto o niente. Puoi anche solo stare in silenzio, se ti fa sentire meglio. L’importante è che tu sappia che non devi affrontare tutto da sola.»
Amelia annuisce lentamente, si appoggia leggermente contro di me, trovando conforto nel mio abbraccio e nella mia vicinanza in questa notte di luci e ombre.
«Non sono mai stato attratto da nessuna così come lo sono da te, Amelia. Fai uscire una parte che non cono- scevo di me stesso. Un senso di protezione che mi fa vi- brare il cuore. E ho tutta l’intenzione di farti sentire al sicuro. Invadi le mie giornate anche senza un motivo e io sono uno di quelli che resta sempre concentrato su ciò che fa.» Confesso. «Ma tu… tu sei un piacevole impre- visto e non lascerò che ciò che mi hai confessato oggi rimanga qualcosa di vano, come una folata di vento.» Vo- glio aiutarla, farle vivere la vita, farle conoscere l’amore, il sesso, la condivisione.
Amare vuol dire condividere, sacrificarsi e io sono pronto a scendere con lei le scale del suo Inferno.
Posso essere Caronte che l’aiuta a traghettare la sua anima morta verso Ade.
Posso essere Ade, pronto a far pagare a quell’essere ignobile tutte le sue malefatte.
«Tu, Blake Koch, sei un uomo che ottiene sempre quello che vuole, ma non succederà lo stesso con me. Mi dispiace».
Non solo è stata aggredita e violentata, ma il cazzone con cui si è fidanzata dopo le ha fatto credere di non es- sere capace di appagare sessualmente un uomo. Le ha dato il colpo di grazia praticamente.
«Chi era il tuo ex?» Voglio farla pagare a tutti.
«Non è importante, Blake.» Si alza.
«Dove vai?»
«A casa».
«Resta. Puoi dormire nella camera degli ospiti.» An- che se vorrei stringerti tutta la notte e farti capire che non tutti gli uomini sono così bastardi. E che non esiste solo il sesso, ma anche la cura, l’amore. E che i demoni, in due, si possono sconfiggere.
«Sei gentile, ma non mi fermerò. Domani ho il collo- quio.» La voglio qui con me, ma so che oserei troppo. Non posso comportarmi da maniaco sessuale.
«A che ora?»
«Alle nove. Ma andrò con la metro. Se mi assumono non avrò più orari pazzi. Grazie per tutto, Blake».
Mi sta dicendo addio tra le righe. «Non dirmi addio, Amelia».
«Non posso darti nulla, Blake. Se non un passato in- gombrante e scomodo.» Mi saluta alzando una mano, con la tristezza sul volto che caratterizza le persone consape- voli del fardello che si portano dentro. Inserisce la com- binazione sull’ascensore e, quando quello arriva, lei ci sparisce dentro, lasciandomi con un macigno pesante quanto un mattone sul cuore.
CAPITOLO 8
Dam mi ha accompagnata a casa, come ogni volta, e mi sembra di aver detto addio anche a lui. Mi stiracchio nel letto e sento lo stomaco in subbuglio.
Blake mi annienta con i suoi occhi, profondi e sinceri, e ieri ho provato il suo abbraccio, così confortevole e caldo. Avevo un disperato bisogno di calore umano, di sentirmi accolta e protetta, e in quel momento l’ho cer- cato in lui, la persona che per un attimo avevo temuto potesse farmi del male. Ma così non è stato.
In quell’abbraccio ho trovato qualcosa di più di un semplice conforto: ho sentito la sua presenza come un ri- fugio, un luogo sicuro dove potevo lasciarmi andare, senza paura. Sono stata bene, anche se solo per un attimo, e in quel momento ho capito quanto fosse importante es- sere ascoltata, sentirmi vista e capita.
Di quell’abuso non lo sa nessuno, neanche mia nonna. Non le ho voluto dare un altro dolore, un peso in più da portare sulle spalle. Ho deciso di tenere tutto dentro di me, di nascondere il dolore e la paura, perché avevo paura di essere giudicata o di non essere creduta. Anche quando sono andata a denunciarlo, nulla è cambiato. Non è successo nulla, nessuna giustizia, nessuna punizione.
La sua vita è continuata senza sosta, ricca e spensierata, mentre io sono rimasta intrappolata in questa sensazione di vuoto e di impotenza. Mi sono sentita miserabile, spor- cata da questa orrenda sensazione che mi accompagnerà per sempre: quella di essere stata tradita, di aver subito qualcosa di così brutto e di non aver potuto fare nulla per fermarlo. È come un peso che mi schiaccia, un’ombra che non riesco a togliere.
Per troppo tempo mi sono sentita tremendamente in- torpidita e distaccata da qualsiasi rapporto io abbia avuto, mentre con Blake non ho accusato quella sensazione, anzi mi sono sentita connessa, ho sentito le emozioni che hanno invaso il mio corpo, il calore del suo abbraccio ha risvegliato il mio intorpidimento e ho potuto riassaporare emozioni che non sentivo da tempo.
Dopo l’abuso, mi sono sempre sentita sporca, oltrag- giata da quello che Hyde mi ha fatto. È come se un’ombra oscura si fosse impossessata di me, un’orrenda sensa- zione di sporcizia che non riesco a cancellare, come se qualcuno avesse rovinato una tela bellissima, pasticcian- dola con dell’inchiostro nero. Il dipinto, quell’ immagine di me stessa, continua a vedersi, ma solo dopo aver cer- cato di bypassare quella macchia, di pulire via quel nero che mi ha avvolto. Tuttavia, con Blake non è stato così: lui ha visto prima il dipinto, con tutta la sua bellezza, e solo dopo ha notato la macchia, quella ferita. È come se avesse avuto la capacità di vedere oltre, di cogliere la luce anche tra le ombre, e questo mi dà un po’ di speranza, anche se il dolore e la sensazione di sporco restano an- cora dentro di me.
Quando stavo con Alex, mi sentivo completamente bloccata. Era come se il mio corpo si irrigidisse ogni volta che tra noi c’era un rapporto, come se una barriera invisibile si alzasse e io aspettassi semplicemente che lui finisse e si voltasse dall’altra parte. Non c’era mai stato in lui un vero interesse nel farmi stare bene, nel farmi sentire desiderata, come se il mio piacere e le mie emo- zioni non contassero. Non ho mai capito cosa significasse davvero andare a letto con un uomo e provare quel tra- sporto, quell’amore, quella connessione profonda che ti fa sentire viva, completa. Era solo un gesto vuoto, senza anima, senza passione, e io mi sentivo sempre più di- stante da me stessa, come se stessi perdendo il senso di ciò che sono.
Mi sono sempre sentita un involucro vuoto utile solo per far godere l’altro, ma so che esiste la magia, so che esiste l’amore, quando Cam mi ha parlato della sua serata romantica con Tom ero felice che avesse trascorso una cena perfetta con una conclusione passionale.
Ho provato tante volte a proiettare quello scenario an- che nella mia vita, ma la mia mente e il mio corpo me lo impediscono, non sanno cosa significa.
Blake è un caso a parte, forse l’unico a cui ho aperto il mio corpo e il mio cuore di mia spontanea volontà. An- che se si trattava solo di un abbraccio, in quel momento ho sentito qualcosa di profondo: una sensazione di prote- zione, di calore, di accoglienza. Mi sono sentita final- mente vista e accettata, con la mia macchia nera addosso, come se in quel gesto trovassi un rifugio sicuro, un luogo dove poter essere me stessa senza paura.
Ma so anche che è un tiranno, un uomo che non guarda in faccia nessuno per essere il migliore e ottenere quello che vuole.
Il mio terapista mi ha detto che dovevo affrontare l’ac- caduto, rivivendo e riconoscendo le emozioni associate, per poter superare il mio blocco e procedere con la mia vita. Tuttavia, non sono ancora riuscita a farlo, perché ogni volta che ci ripenso, mi sento sopraffatta dalla paura e dall’ansia, e questo mi blocca ulteriormente nel pro- cesso di guarigione.
Oltre a non aver avuto i mezzi per farlo.
Scelgo dall’armadio una gonna lunga nera in maglia con dei bottoni dorati e il giacchino che si abbina dello stesso tessuto, un due pezzi che mia nonna ha fatto per me due anni fa.
Il materiale è morbidissimo e mi fascia senza aderire troppo.
Concludo indossando degli stivaletti col tacco. Prendo la borsa e mi appresto ad andare verso la me- tro.
Sono in perfetto orario, il treno mi porta alla fermata vicino al palazzo dove ho il colloquio e mi sembra di ri- vivere il mio primo giorno alla Koch Company.
Tiro un lungo sospiro e mi incoraggio psicologica- mente.
Alla reception mi accoglie un ragazzo con un accento inglese, che mi da un per poter accedere al ventesimo piano.
L’ingresso mi accoglie in un ampio atrio luminoso, con pareti di vetro che offrono la vista sulla città. Il tutto è arredato con eleganza e piante verdi che aggiungono un tocco di natura nell’ambiente urbano.
Non si trova molto distante dalla Koch’s Building, po- trei vedere Cam nella pausa pranzo, tra di noi si è instau- rato un bellissimo rapporto, credo che saremmo stati de- gli ottimi colleghi.
Prendo l’ascensore che mi porta in un batter d’occhio al ventesimo piano e alla reception trovo un’altra assi- stente che mi accoglie con un sorriso cortese.
«Sig.na Sloan, la signora Carter l’aspetta nel suo uffi-
cio.» Mi saluta sapendo già chi sono.
L’assistente della Sig.ra Carter mi raggiunge e senza dire nulla mi squadra dalla testa ai piedi.
Non ci faccio caso, ma sono contenta che il capo di questa azienda sia una donna, non sarei riuscita a soppor- tare un altro uomo.
L’assistente comunica che sono arrivata e quando en- tro, mi accorgo che la donna è la stessa con cui Blake ha pranzato la settimana scorsa, la stessa che ha provato a baciarlo.
Deglutisco e metto da parte quell’informazione.
Indossa sofisticati occhiali da vista che le esaltano l’ovale, ha il trucco curato, i capelli rossi in piega e in- dossa un abito di alta sartoria che fa sbavare anche me per come lo indossa.
È uno schianto e mi chiedo come mai Blake non abbia ceduto alle sue avance.
«Benvenuta, Sig.na Sloan. Prego si accomodi.» Mi siedo dove mi indica e le porgo il mio curriculum.
«Oh, non serve, ho già tutto quello che devo sapere. Sei un’ottima candidata per questo lavoro. Partirai dalla parte più bassa del settore e se te lo meriterai potrai cre- scere. Credo molto nelle donne e nel loro potenziale, come avrai notato, sono pochi gli uomini che lavorano in questo ufficio.» Uhm, sì l’ho notato e non mi dispiace per nulla.
«Il tuo compito sarà smistare la posta per un po’, e farai qualche commissione quando ti verrà richiesto. Quando puoi iniziare?» Domanda.
«Anche subito.» Non è il lavoro che speravo, ma devo lavorare e fare la cameriera non è un lavoro che avrei po- tuto fare per sempre. La metro di notte è estremamente pericolosa, Blake ha avuto ragione fin da subito, ma ci sono le zone sicure con le videocamere.
Dovrebbero dare un minimo di sicurezza a chi la usa di notte, ma un malvivente, non si fa scrupoli se deve prendere quello che vuole, lo so per esperienza.
«Bene, inizierai alle otto e finirai alle cinque, chiedi alla mia assistente di farti attivare il badge e buon inizio, mia cara.» Mi liquida velocemente.
Il pensiero di lei e Blake insieme mi fa stranamente ingelosire.
Immagini di loro a letto insieme si accavallano l’una sull’altra e scuoto la testa per evitare di farne arrivare al- tre. Devo concentrarmi sul mio lavoro.
Vengo affiancata da un’assistente per mezz’ora e poi il lavoro è abbastanza facile.
Mando un messaggio a Cam per sapere se in pausa pranzo possiamo vederci e mi dice che Blake ha i petardi sotto il culo, quindi non si muoverà dall’ufficio e mi chiede se posso portargli da mangiare.
Prendo il telefono e lo chiamo per cercare di persua- derlo.
«Cam, ti ho già detto che non voglio tornare nel luogo del delitto. Blake mi ha licenziata.» Rispondo al primo squillo.
«C’è un conto aperto al Red Velvet, prendimi un pa- nino al tacchino o morirò di fame donna, ti aspetto qui alle tredici.» Riaggancia facendomi sorridere.
Cam ha capito che sono un po’ stringata con i soldi e si offre ogni volta di pagarmi il pranzo quando ci ve- diamo, ma mi sento in difetto e in dovere di doverlo ripa- gare, appena avrò il mio primo stipendio lo farò.
Alle tredici in punto esco dall’edificio e vado al bar di fronte al Koch’s building, prendo due panini e salgo fino al cinquantunesimo piano.
Cam è alla reception a parlare con Sandy e appena mi vede mi corre incontro per abbracciarmi.
«È arrivata la mia salvezza. Ti aspettavo come un pacco di Natale, non mangio da ieri sera.»
«Come mai salti i pasti?» Chiedo ridendo.
«Blake è più stronzo che mai, poi Tom è insaziabile, credo che mi abbia scorticato il primo stato di pelle.» Sol- leva le sopracciglia con fare malizioso.
«Non credo che sia una bella sensazione.» Penso al dolore che deve provare.
«No, infatti non lo è. Brucia da morire. Quell’uomo ha un demone dentro di sé.» Scoppio a ridere per le sue espressioni facciali.
«Come mai Blake ha i petardi sotto al culo?» Chiedo addentando il mio panino. Nel frattempo la sala relax si riempie di personale.
«Sta per rilanciare una grossa azienda sul mercato che entrerà anche in borsa. Quindi è più intrattabile del solito, credo che sia la più grossa che abbia rilevato e rimesso in sesto e adesso sta per essere rivenduta e quotata in borsa.» Annuisco assimilando le informazioni. Insomma, Blake non scherza.
Manca ancora mezz’ora e devo tornare al lavoro.
«Il tuo primo giorno invece?» Domanda, con una fame che mi fa paura. Ha finito in quattro morsi il panino.
«Sono solo una facchina, non ho trovato di meglio.» Sospiro. «Consegno pacchi, posta e faccio commissioni. Niente di eccitante.» Non che io sappia cosa voglia dire essere eccitati. Forse felici, gioiosi, ma la vera eccita- zione cos’è?
«Vorrei maledire Blake per averti licenziata così, senza ragione.» Beh, una ragione c’era. Ma la tengo per me.
«Devo scappare Cam, ci aggiorniamo domani.»
«Pranziamo di nuovo insieme, ti prego.» Annuisco e lo saluto dirigendomi verso l’ascensore.
Pensavo di incontrarlo, ma non è uscito dal suo uffi- cio. Forse è davvero tanto impegnato.
Di ritorno a lavoro consegno altri pacchi e buste, fino a quando non vengo convocata nell’ufficio della Sig.ra Carter.
«Amelia, ho bisogno che tu porti personalmente al Sig. Blake questa lettera, alla Koch’s building, cinquan- tunesimo piano. Digli che sei della Faster investigation. Non dovrai darla al suo assistente, ma consegnargliela direttamente. Aspetterai che la apra e ti farai dare la ri- sposta, poi verrai a dirmela. Non ci devono essere mes- saggi o email.» Wow, sembra tutto top secret e ciò mi rende terribilmente curiosa.
Esco dall’ufficio per andare da Blake. Quando arrivo
al piano Cam spalanca gli occhi.
«Che ci fai qui, fiorellino?»
«Devo consegnare questa a Blake.»
«Puoi lasciarla a me.»
«Devo dargliela di persona, ordini del capo.» Sbuffa e si alza.
«Sig. Koch, c’è qui un’addetta della Faster investiga- tion che le deve lasciare una lettera.» Comunica impec- cabile.
«Falla entrare.» Lo sento dire. Il mio cuore inizia a battere un po’ più forte quando mi avvicino alla porta, sorrido a Cam e una volta dentro lo vedo.
Sembra che abbia passato un’infinità di volte le mani nei capelli, ha la barba incolta che lo rende ancora più rude e incantevole, la camicia è arrotolata sugli avam- bracci proprio come quella sera che mi ha servito la cena, gli occhiali da vista che lo rendono ancora più serio e quella fossetta che marchia il suo volto squadrato, ren- dendolo ancora più seducente.
Gesù, quest’uomo non può avere eguali.
Sembra stanco, ma anche molto concentrato.
«Può lasciarla sulla mia scrivania e andare.»
«Mi dispiace doverla interrompere, ma ho bisogno di avere una risposta riguardo il contenuto di quella busta.» Blake nell’udire la mia voce, si blocca e solleva lo sguardo.
«Amelia!» Il mio nome sulle sue labbra sembra l’ini- zio di una dolce promessa.
«Blake!» Rispondo porgendogli la busta l’afferra e vede l’intestazione.
«Lavori per la Faster Investigation?» Annuisco. Blake apre la busta e legge il contenuto.
«Puoi dire al tuo capo che la risposta è: NO!» Sbuffa esasperato.
Non so cosa ci sia scritto, ma sembra molto alterato e disturbato.
«Cosa fai da lei, Amelia?» Chiede con interesse.
Avrei potuto aspirare a qualcosa di più, ma non sono stata chiamata per altro.
«Smisto la posta e faccio commissioni. Non mi di- spiace.» Mi giustifico davanti al suo sguardo deluso.
Non so se è deluso da me o da se stesso.
«Quando finisci?» Chiede invece.
«Tra mezz’ora.» Gli comunico timida. Non riesco più a trattenere il suo sguardo. Vorrei ricadere tra quelle braccia.
Vorrei che mi facesse smettere di tremare.
Vorrei poter riassaporare la sensazione che mi ha do- nato ieri sera.
«Aspettami a casa mia, ordiniamo la pizza e guar- diamo un film. Farò più tardi del solito, ma dovrei essere a casa per cena.» Mi sembra di impazzire.
«Blake, io… non posso!»
«Amelia, vorrei che tu fossi a casa quando ritorno.» Desidera avermi vicino a lui e io non so cosa fare, mi sta chiedendo di restare senza costringermi.
So che in cuor mio anelo i momenti in cui resto sola con lui, perché ormai sembra essere diventato una dipen- denza.
Ci guardiamo per un attimo di troppo e poi mi volto per andare via.
Lo sento in ogni fibra del mio corpo, nel battito del mio cuore che ora sembra avere una melodia tutta sua e sulla bocca dello stomaco.
Sento Blake sulla pelle ed è una bellissima sensazione. Quando rientro da Carter e le comunico la risposta di Blake sembra andare su tutte le furie. Lascio che la cosa muoia lì, quando esco sono indecisa sul da farsi, vorrei vedere Blake, ma vorrei anche farmi una doccia e met- termi sotto le coperte, non è stata una buona idea indos- sare i tacchi. Da domani metterò delle scarpe da ginna- stica e dirò addio ai miei tacchi per un po’.
Blake: Fai come se fossi a casa tua, se hai bisogno di fare una doccia non ci sono problemi, c’è anche una bellissima vasca.
Sorrido perché è empatico, ma non utilizzerei mai il suo bagno, non mi sentirei a mio agio.
Quando arrivo nell’appartamento di Blake sembra tutto così silenzioso. Poso la mia borsa sullo sgabello della penisola e prendo il telefono.
Vorrei ordinare la pizza, ma non so come fare.
Amelia: Come posso ordinare la pizza?
Blake: Nel cassetto vicino al lavandino c’è il nu- mero della pizzeria che chiamo sempre, chiama e fai mettere sul mio conto, prendi quello che vuoi, Amelia.
Seguo le istruzioni e chiamo la pizzeria. Prima che ar- rivi Blake arrivano le pizze. L’odore mi fa venire l’acquo- lina in bocca, non mangio la pizza da due mesi e mi sem- bra un secolo.
Accendo un po’ di musica dal mio cellulare e mi verso un bicchiere d’acqua nell’attesa che Blake rincasi.
Nel frattempo faccio un giro dell’attico e mi accorgo che ci sono diverse stanze oltre a un ufficio e al piano superiore la stanza padronale.
Entro, ma ho la sensazione di violare una parte intima di Blake, ma sono affascinata e curiosa di scoprire i suoi spazi.
Entro nella cabina armadio che è più grande della mia casa in Ohio e mi soffermo a guardare una sfilza di abiti perfettamente in ordine, mentre il suo inconfondibile pro- fumo mi avvolge come una coperta.
Apro un cassetto e noto una fila di orologi perfetta- mente arringati, di varie dimensioni.
Nel secondo le cinture, nel terzo i calzini, nel quarto le cravatte.
È tutto perfettamente in ordine in modo maniacale. Se vedesse il mio armadio credo che impazzirebbe. Non sono così ordinata.
Apro un ultimo cassetto e resto immobile.
Vedo delle manette e credo che ci siano diversi gio- cattoli sessuali.
È questo il sesso che piace a Blake, anche a letto gli piace mantenere il comando?
Sudo freddo e chiudo il cassetto, ma quando mi volto lui è lì appoggiato all’ingresso del guardaroba con le braccia incrociate, appoggiato allo stipite che mi guarda incuriosito.
«Trovato qualcosa di interessante?»
Divento rossa in viso. «Le pizze si stanno raffred- dando.» Rispondo invece, lo sorpasso e scendo in cucina, per poi versarmi un altro bicchiere d’acqua.
«Non sapevo quale pizza prenderti, ti ho preso una ca- pricciosa, ma se vuoi la diavola posso darti la mia,» bla- tero evitando il contatto visivo.
Perché sono qui?
Mi domando tra le mille cose.
Tuttavia la mia mente continua a ritornare a ciò che ho visto in quel cassetto.
«Oppure possiamo fare metà.»
«Va bene, accomodati. Prendo i piatti.» Si muove con abilità nel suo ambiente mentre aspetto di essere servita.
«Come ti trovi alla Faster Investigation?» Chiede prendendo il primo pezzo di pizza. Deve essere affamato anche lui, mi chiedo se abbia pranzato.
Penso alla mia risposta, ma quello che mi viene in mente è se lui è un dominatore, se con le sue amanti usa tutti quegli aggeggi.
«È difficile giudicare dopo un giorno, so solo che è stata una scelta sbagliata indossare tacchi, domani met- terò delle scarpe da ginnastica.» Annuisce, mentre mi studia.
Prendo il mio pezzo di pizza e lo divoro, è veramente buona.
Non credo di aver mai mangiato una pizza così succu- lenta.
Mangiamo in silenzio e poi ci scambiamo una fetta di pizza, per poter assaggiare entrambi.
Continua a cercare il contatto visivo, ma sono troppo impacciata e abbasso gli occhi.
Non riesco a resistere all’intensità del suo sguardo, mi sento incendiare le viscere e il mio cuore galoppa verso un tramonto fatto di aspettative altissime che solo i suoi occhi riescono a donarmi, così se distolgo il mio sguardo è più facile non perdere la ragione.
CAPITOLO 9
Amelia è sulla difensiva, ma so anche che vorrebbe farmi delle domande.
La guardo mangiare la pizza con una fame che non ho mai visto.
«Nessuno ti toglierà il piatto.» Le dico sorridendo, mi piace che non sia una di quelle attaccata alla linea, ma che si gusta il cibo celebrandone la maestosità.
«Lo so, ma è veramente buona.» Mi dice masticando. Sorrido, perché sembra una persona che non ha subìto quello che le ha riservato la vita, sembra solare, quasi una provocatrice nata, invece in lei c’è una fragilità che ha abilmente nascosto.
«Ti va di vedere qualcosa in particolare?» Le chiedo accomodandomi sul divano. Avrei da revisionare alcuni documenti prima di domani, ma voglio passare del tempo con lei.
«Non ho molte pretese, puoi scegliere tu.» Risponde sedendosi dall’altra parte del divano mantenendo la di- stanza.
Scelgo un film a caso senza pensare alla trama, ma alla voglia che ho di sentirla addosso.
Per mezz’ora restiamo in silenzio.
«Sei un dominatore, Blake?» Chiede a bruciapelo.
«Quindi hai visto il cassetto!» Annuisco passandomi le dita sul mento.
La guardo e lei abbassa lo sguardo.
Non riesce a mantenere il mio sguardo e questa è una cosa alla quale dobbiamo rimediare, perché in quegli oc- chi marroni e caldi mi ci voglio perdere per tutto il tempo.
«La cosa ti mette paura?» I suoi occhi si sgranano.
«Non so come vengono utilizzate, quindi sono igno- rante in merito, ma per l’uomo che sei non mi stupisce che tu voglia avere il controllo anche sotto le lenzuola.» Una perfetta diagnosi di quello che sono.
Sono uno squalo negli affari e un dominatore a letto.
«Ti spaventa?» Le chiedo.
«Ti piace fare del male?» Mi domanda, invece.
«Nessuna donna me l’ha mai detto.» Annuisce e si concentra a guardare il film, ignorandomi nuovamente.
Vorrei farle vedere quanto potrebbe dare al mio corpo e quanto potrei darle io.
Vorrei sapere quali altre domande le passano per la testa e poterle dare tutte le risposte.
«Puoi chiedermi quello che vuoi, Amelia. Non ti dirò di no.» Interrompo nuovamente il film.
«Con quante donne sei stato?» Beh, questa è una do- manda che non mi aspettavo.
«Non ho un quaderno con tutte le donne con cui sono andato a letto, ma molte.»
«Ok.» Annuisce mordendosi il labbro.
Sta facendo il confronto con quella che è lei, ne sono sicuro, perché continua a muoversi a disagio.
«Non fare questo errore, Amelia. Non metterti a con- fronto.»
Non potrebbe mai eguagliare tutte le donne con cui sono stato, perché con le altre non ho minimamente pro- vato le emozioni e le sensazioni che mi regala lei.
Si alza e si avvicina alla grande vetrata che affaccia su New York.
«Dimmi quali sono le tue paure.» Mi avvicino per guardare lo stesso panorama, mantenendo la distanza che la fa sentire al sicuro.
«Sento qualcosa che mi dice che posso abbandonarmi a te, ma poi c’è anche qualcos’altro che mi spinge a scap- pare. Non ho mai provato il vero sesso, sono sempre stata solo un involucro, anche con il mio ex.» Un’ondata di rabbia cieca e furiosa mi serra la mascella fino a farmi dolere. Nessun uomo, nessuno di quei miseri individui, ha mai avuto la sacra capacità di venerare il suo corpo celestiale, di sedurre la sua mente brillante e incredibile. Il solo pensiero mi fa ribollire il sangue nelle vene.
«Cosa vorresti farmi, Amelia?» La fisso, mentre lei si guarda le dita. Vedo il suo petto alzarsi in modo conci- tato.
«Molte volte vorrei solo abbracciarti, altre baciarti, ma poi non riesco a pensare al dopo. Mi blocco, come se non riuscissi a immaginare come sarebbe tra di noi. Co- nosco solo il brutto di quel lato, e non voglio sporcare la mia fantasia. Così cerco di mettere una distanza da non oltrepassare.» Sorrido. Non vuole sporcare noi.
«Posso avvicinarmi?» Le chiedo in attesa. Annuisce.
Mi avvicino fino a lasciare solo un centimetro tra me e lei.
Sento il mio cuore galoppare, come se volesse uscire dalla gabbia toracica.
«Posso toccarti il viso?» Le chiedo il permesso.
«Sì,» le esce con un filo di voce. Le mie dita sfiorano la sua pelle perfetta e liscia.
La sensazione della sua pelle sotto le mie dita mi manda una scarica di piacere incredibile. Non oso imma- ginare come sarà il resto se solo ciò mi fa perdere la ra- gione.
«Ora posso baciarti?»
«Blake, io…»
«Poserò le mie labbra sulle tue e se ne vorrai di più sarai tu a farlo, Amelia. Non ti costringo, ma ho bisogno di sentirti.» Annuisce e lentamente mi avvicino alle sue labbra, piano, assaporando ogni secondo. Sento il cuore battere nelle orecchie, eppure aspetto con ansia la colli- sione che ci sarà.
Le sue labbra carnose e morbide sono sulle mie e mi danno un fremito che non ho mai sentito, sono così calde e accoglienti che vorrei morderle e succhiarle.
Amelia mette una mano sulla nuca e prende i miei ca- pelli tra le sue dita, avvicinando ancora di più le sue lab- bra alle mie.
Io resto fermo, senza toccarla con altre parti del mio corpo, ma solo con le labbra.
La prenderei e la porterei sul divano, ma devo conte- nermi per non farla fuggire.
Le sue labbra si socchiudono e la sua lingua si insinua nella mia bocca cercando la mia, sento subito il suo pier- cing e la scossa arriva dritta al mio cazzo.
Le mie mani si posano ai lati del suo viso, mentre lei continua a darmi accesso al miglior bacio che abbia mai dato e provato.
È un bacio lento, ma passionale, di quelli che visti da fuori ti costringono a girare il viso dall’altra parte perché è così intimo da dovergli dare il suo spazio, la sua pri- vacy.
«Blake,» sussurra abbassando il viso.
«Guardami, Amelia.» I suoi occhi incontrano i miei.
«È tutto ok. Cosa hai sentito?» Domando.
«Voglio baciarti ancora.» Sorride imbarazzata e si av- vicina nuovamente alle mie labbra.
Il bacio diventa subito famelico, non più lento, ma passionale, sconcio di quelli che ti mandano il cuore in fibrillazione, perché è fame d’amore.
«Andiamo sul divano.» La sollevo e lei aggancia le gambe al mio busto e mi siedo con lei in braccio, inevi- tabilmente la mia erezione viene a contatto con lei e su- bito la sento irrigidirsi.
«Amelia, mi ecciti, perché ti voglio. È un processo na- turale…» Non so come spiegarle che non sono un pezzo di merda, ma posso darle tanto piacere.
«Dammi la mano.»
«Blake, io…»
«Dammi la mano, Amelia. Fidati di me.» Me la con- cede e la faccio passare sotto la mia camicia per farla fer- mare sul mio cuore.
«Lo senti il mio cuore?» Annuisce, deglutendo.
«Mi fai fare una maratona ogni volta che mi sei vicina, non riesco a farlo smettere, perché ti vuole e di conse- guenza tutto il mio corpo è per te.»
I suoi occhi si riempiono di lacrime alla fine della mia frase.
«Ma cosa farai quando proverai a farmi venire e io non ci riuscirò?»
«Ti sei mai toccata da sola?»
«Sì, ma non ho mai raggiunto l’orgasmo, sono rotta emotivamente e ciò mi impedisce di far funzionare il mio corpo, mi dispiace.» Continua a piangere mentre prova a spiegare quello che nessuno le ha mai fatto provare.
«C’è qualcosa che ti piace quando ti tocchi?»
«No, nulla. È solo frustrazione.» Che io sia dannato.
«Hai quelle immagini nella mente quando succede?» Annuisce e questa è la conferma che quel verme le ha rovinato tutto.
«Allora dovremmo lavorare su questo, meraviglia.» Indico la sua testolina.
Mi avvicino al suo collo e inizio a darle una serie di baci fino ad arrivare al suo orecchio, prendo il lobo e tiro un po’ con i denti.
«Sei la donna più bella che abbia mai visto.» La bacio sotto l’orecchio. «I tuoi occhi hanno colpito il mio cuore prima ancora di capire che saresti stata tu la donna che avrebbe incatenato la mia essenza.» La bacio un’altra volta. La sua mano è sul mio cuore che batte all’impaz- zata mentre mi confesso. «Credo di aver capito quando le persone dicono che esiste il colpo di fulmine, io l’ho avuto quando mi hai urtato in ascensore.» La fisso negli occhi mentre il suo sguardo è pieno di meraviglia.
«Blake,» sussurra.
«Spegni la mente e concentrati solo sulle sensazioni che provi, le mie labbra sul tuo collo, le mie mani sui tuoi fianchi, nei brividi che hai nel basso ventre, lo so che li senti. Devi solo lasciarti andare, fatti condurre.» Muovo le mie mani fin sopra i suoi seni, abbasso le coppette del reggiseno e le afferro i capezzoli.
Giro i bottoncini nelle mie dita fino a quando non sento un ansimo di piacere uscire da quelle labbra.
«Ora baciami, Amelia.» Si impadronisce della mia bocca mentre assaporo il suo corpo sul mio, le mie mani sui suoi seni, la sua bocca sulla mia.
«Mi piace quello che stai facendo.» Si stacca per far- melo sapere, sorrido compiaciuto, ma noto comunque
una punta d’imbarazzo e forse un po’ di disagio.
Abbasso una mano verso il lembo della gonna e mi intrufolo. L’orologio urta contro la sua pelle, faccio per togliere la mano, ma Amelia mi blocca.
«Non darmi tempo per pensare, Blake.» La guardo con desiderio e mi intrufolo sotto le sue mutandine.
Allargo le labbra con due dita e trovo la piacevole sor- presa di essere molto desiderato.
«Mi vuoi tanto, Amelia. Questo è perché il tuo corpo me lo sta dicendo, ora dimmelo tu quanto mi vuoi.»
Trovo il clitoride e inizio a fare dei cerchi lenti, fa- cendo sempre più pressione.
Potrei venire nelle mutande, perché inconsapevol- mente il suo corpo sta cercando la strada per il piacere.
«Ho paura!» Confessa, invece.
«Hai paura di deludermi?» Chiedo mentre spingo un dito all’interno della sua fessura, i suoi occhi si velano di piacere, non di paura.
Il desiderio si sta facendo strada dentro di lei.
«Sì, Blake. Ho paura di non esserne all’altezza!» Tem- po fa ho capito che se decidi di stare con una persona, devi essere consapevole che porterai nella tua vita i suoi traumi, i suoi sogni, le sue paure e le sue insicurezze. Non hai scampo da questo, Amelia è una donna che ha un ba- gaglio pesante sulle sue spalle, eppure eccola qui, pronta a combattere per ottenere quello che di piacevole c’è nella vita.
«Dimmi cosa senti, meraviglia?» Continuo a stuzzi- carla, dentro e fuori e poi facendo dei cerchi sul suo cli- toride per poi sfregare l’ingresso della sua apertura.
«Sento delle scosse, mi fai muovere per raggiungere qualcosa…»
«Rincorri quel qualcosa, Amelia.» Le afferro il viso e la bacio in modo rude.
Le lingue sono alla ricerca l’una dell’altra in una danza oscena.
Il suo piercing è una trappola mortale per il mio cazzo che inizia a piangere per quanto la desidera.
Non ho mai avuto il desiderio di una donna, come con lei.
«Lasciati andare, meraviglia. Ci sei, devi solo lasciarti condurre.» Vedo il suo viso che si contrae in smorfie di piacere e continuo a guardarla mentre i suoi fianchi rin- corrono la mia mano, procurandosi piacere.
«Ti piace se ti tocco qui?» Chiedo, mentre continuo a cercare i tasti che le fanno perdere la ragione, perché è questo che deve cercare nient’altro.
«Sì, mi piace, ma anche questo.» Afferra la mia mano e mi conduce più in profondità nella sua intimità e capi- sco che quello di cui lei ha bisogno sono emozioni forti. La delicatezza la conduce a pensare e non ad annullare il pensiero.
Invado la sua parte intima facendo passare la mano sotto il sedere, mentre con l’altra continuo a far aumen- tare il piacere sul suo clitoride.
Trovo il giusto ritmo, assecondando il suo movimento di bacino e sento i suoi umori bagnarmi le dita e poi co- lare sulla mano.
«Non sei rotta, Amelia. Sei perfetta, solo che nessuno ti ha mai fatto vedere come si ama. Se hai bisogno che io sia più veemente dimmelo, se vuoi di più lo farò…»
«Sì, Blake, ho bisogno che tu mi dia di più.»
La faccio sdraiare sul divano e denudo la parte infe- riore del suo corpo, noto la sua apertura fradicia e poso la lingua su tutta la sua lunghezza, in una leccata che mi fa fremere dalla voglia di averne sempre di più, un nettare prelibato e unico.
Amelia sobbalza a quel contatto deciso e mi fissa dall’alto.
«Vuoi di più Amelia e te lo darò, ora scopa la mia mano come se fosse il mio cazzo.» Quelle parole piene di passione le fanno sgranare gli occhi, ma appena le mie dita la invadono il suo corpo si riaccende e con grande frenesia, assecondo le sue spinte, mentre invado la sua parte intima fino a farla arrivare al piacere.
«Eccola qui, la mia meraviglia. Lasciati andare…» In modo più veloce pompo le mie dita dentro di lei, mentre con le labbra catturo la sua lingua che cerca la mia. Suc- chio forte e poi la sento irrigidirsi e ansimare. Mi sollevo per guardarla e questo è lo spettacolo più bello che abbia mai visto.
Sembra non avere nessuna ombra mentre il piacere s’impossessa di lei e la rende una bellissima donna che sa ottenere quello che vuole.
Quando i suoi occhi si aprono, trovano il mio viso che le sorride.
«Come stai?» Le chiedo.
«Non riesco a pensare a una risposta da darti.» Questo è un ottimo risultato.
«Tu non puoi avere il sesso dolce, Amelia. Ciò che ti serve è avere il piacere al massimo delle possibilità, con tutto ciò che stimola il tuo corpo, hai bisogno di azzerarti per incontrare una nuova te, e ti assicuro che è meravi- gliosa.»
«Pensavo che non l’avrei mai provato, io… non so che dire.» Sembra che sia una persona da ringraziare?
«Amelia, questo è solo l’inizio. Vieni in bagno così ti puoi vestire.» Mi guarda con interrogazione.
«Non vuoi che io ti dia piacere, Blake?» Domanda.
«No, Amelia. Una vittoria alla volta. Credo che tu non sia ancora pronta per ciò che ti chiederò.» Ecco l’ho detto, il sesso che pratico io è estremamente selvaggio e non ho intenzione di spaventarla, ma adesso che ho ca- pito lei di cosa ha bisogno, sono sicuro che sarà una sco- perta piacevole, farle vedere come può assecondare ogni mia perversione.
Mi fermo nello studio, mentre Amelia ritorna sul di- vano, mi sono assicurato che stesse bene, ma prima di accompagnarla devo vedere alcuni documenti per la riu- nione di domani, tuttavia non riesco a pensare lucida- mente mentre il mio cazzo è in erezione, devo liberar- mene.
Mi siedo sulla poltrona e mi sbottono i pantaloni, af- ferro l’asta in una mano e con forza e prepotenza mi con- duco all’orgasmo che arriva in meno di due minuti.
Quella piccola streghetta ha un potere su di me che mi fa ammattire.
Devo avere tutto di lei.
Raggiungo l’apice lasciando andare la testa all’indie- tro, mentre vengo nella mia mano, ma quando apro gli occhi, Amelia è sulla soglia che mi guarda famelica.
CAPITOLO 10
Cerco Blake per avvisare che vado via, ho chiamato un taxi, anche se so che si arrabbierà. Ho bisogno di dormire per essere riposata domani.
Quando apro la porta del suo studio, trovo la sua im- magine che si da piacere e resto incantata a guardarlo.
È rude, primitivo allo stato puro e si da piacere con un impeto che fa risvegliare quello che ho provato poco fa.
Viene nella sua mano, mentre il viso si contorce in un’espressione di puro godimento, le labbra carnose sono aperte e gli occhi socchiusi, sembra un dio, è perfetto e io voglio essere in grado di dargli quella perfezione, ma le insicurezze dentro di me sono ancora tante.
Dopo qualche istante i suoi occhi si aprono e incon- trano i miei.
Restiamo a guardarci per qualche secondo con il fuoco che invade i nostri corpi e l’elettricità che passa attra- verso di noi.
Sento le viscere infiammarsi, mentre mi perdo nel suo sguardo post orgasmo. Ѐ bellissimo e io ne resto affasci- nata mentre faccio una foto mentale del momento per te- nerla per me.
«È così che ti piace: rude e selvaggio?» Gli chiedo mentre vedo il piacere offuscare ancora il suo viso.
«Esatto Amelia, proprio come piace a te.» Commenta tirando su le mutande e i pantaloni, nascondendomi ciò che sono curiosa di scoprire.
Prende una salvietta e si asciuga la mano, per poi but- tare il tutto nel cestino.
«Mi mostrerai come dare piacere a un uomo, Blake?» Domando curiosa di essere istruita da lui.
Si avvicina come se avessi detto una cosa sbagliata, mi sovrasta e mi punta un dito sul petto: «No, Amelia. Non ti farò vedere come dare piacere a un uomo, ti mo- strerò come dare piacere a me.» Le sue parole sono così piene di promesse. Annuisco, guardandolo negli occhi e poso una mano dietro la sua nuca per avvicinarlo e ba- ciarlo lentamente.
Mi alzo sulle punte per poterlo raggiungere e la colli- sione delle nostre bocche è solo il suggellamento di una promessa che avverrà molto presto, ne sono sicura.
Non ho scampo, Blake è riuscito a svegliare una parte di me che neanche conoscevo.
«Ho chiamato un taxi, vado a casa. Buonanotte Blake.»
«Ti può accompagnare il mio autista, dammi solo il tempo di farlo arrivare.» Comunica prendendo il tele- fono.
Non mi fido di nessuno, neanche dei taxisti, ma devo comunque riprendere fiducia nel mondo, non posso soc- combere alla paura.
«È tutto okay, Blake. Ci sentiamo domani.» Mi ac- compagna alla porta, ma vorrebbe dirmi di restare, per- ché continua a prendermi e baciarmi, fino a quando lo costringo a lasciarmi andare.
L’ascensore si chiude regalandomi l’ultima immagine di Blake sfatto nel post orgasmo, il mio corpo si appoggia alla parete di vetro. Oggi torno a casa con un’altra sensa- zione, una sensazione che non riesco a concepire e im- magazzinare, ma so che mi fa star bene e mi rende felice.
Quando arrivo in ufficio il mattino seguente, l’assi- stente della Carter mi convoca chiedendomi nuovamente di consegnare una busta alla Koch Company, in modo specifico a Blake e aspettare che lui mi dia una risposta. La sera precedente Blake è stato al telefono con me fino a quando non sono entrata sotto le coperte e mi ha dato la buonanotte.
Solo che per tutta la notte sono stata sveglia a pensare a quell’attimo magico che abbiamo passato insieme.
Comunico a Cam che sto arrivando al suo piano e mi accoglie con una tazza di caffè fumante.
«Buongiorno bellezza, oggi Blake è in riunione, mi chiedo che cosa porti ogni volta in quella busta.» Si do- manda curioso.
Afferro la tazza di caffè e passiamo davanti alla sala riunioni che ha grosse vetrate, Blake presiede la riunione dal suo trono mentre ascolta con attenzione ciò che l’altro uomo sta dicendo, in una posizione di interesse, ma an- che se si stesse annoiando non lo darebbe a vedere. In- dossa un abito tre pezzi gessato blu e i suoi capelli neri sono perfettamente tirati indietro dando luce a quel volto divino che si ritrova.
Resto a squadrarlo perché non posso fare a meno di incantarmi a guardare quanto è dominante senza neanche dire una parola, ma poco dopo, sembra essere chiamato dalla mia presenza, perché i nostri occhi si incontrano e il suo volto cambia espressione.
«Me lo chiedo anch’io, Cam.»
«Oh, ti ha vista, sono sicuro che tra qualche minuto molla tutto e corre da te, mi spieghi cosa sta succedendo tra voi due?» Domanda puntando le mani sui suoi fianchi e aspettando una risposta.
Il mio telefono squilla e vedo il messaggio di Blake lampeggiare sullo schermo.
Blake: Aspettami nel mio ufficio, arrivo tra qual- che minuto.
«Chi ti manda messaggi e ti fa spuntare quel sorriso?» Mi tormenta Cam, mentre si appoggia alla sua scrivania e attende.
Decido di aspettare Blake davanti alla scrivania di Cam ed evitare le risposte alle sue domande esplicite.
«Nessuno, solo Daisy che mi manda battute che mi fanno ridere.» Tergiverso.
Blake arriva un istante dopo e si ferma davanti a me.
«Sig.na Sloan, come mai da queste parti?»
«Devo consegnarle questa e aspettare la sua risposta da dare al mio capo.» Lo informo, la sua mascella si irri- gidisce e cambia espressione, diventa cupo.
Mi indica il suo ufficio e chiude la porta.
È impeccabile nel suo abito a tre pezzi, è un uomo fatto e finito, sento di voler avere un contatto con lui, ma preferisce restare a distanza, forse non ama che in ufficio si consumino relazioni amorose.
Per questo mi ha licenziata, sarei stata una distrazione e lui non ammette distrazioni sul lavoro.
Gli porgo la lettera e la lascia cadere sulla scrivania senza aprirla concentrandosi su di me.
«Come stai, Amelia?» Me lo chiede con interesse, non come fosse una domanda che deve fare.
«Sto bene, Blake. Grazie per averlo chiesto. Devo tor- nare dal mio capo con una risposta a ciò che c’è scritto in quella busta.» Gli dico, ma vorrei baciarlo, tutto quello che vorrei è essere tra le sue braccia, perché penso che sia diventato il mio posto preferito, invece ha le mani nelle tasche dei pantaloni.
«La risposta è sempre la stessa, Amelia. Puoi dire al tuo capo, no.»
«Come fai a sapere cosa c’è scritto?»
«Perché è sempre la stessa cosa.» Risponde sincero, senza dirmi però il contenuto.
C’è un passato di Blake che non conosco e non so se lo voglio ascoltare.
Blake si avvicina e mi prende il viso tra le mani, mi sfiora le labbra con le sue e mi sussurra: «Ti ho pensata molto, Amelia e vorrei farti mia ancora una volta, ma ho lasciato una sfilza di persone che stanno per sganciare milioni di dollari nell’altra stanza. Stasera vieni da me.» Resto con il fiato sospeso.
«Hai lasciato lo stesso codice che ho inserito io, non l’hai cambiato.» Gli dico che ho notato questo piccolo dettaglio.
Annuisce. «Voglio che tu ti senta a casa, Amelia.» Il mio cuore martella nel petto e non mi sembra possibile che un uomo come lui sia vero, che possa darmi quello di cui ho bisogno.
L’attaccamento emotivo che si sta insinuando dentro di me mi spaventa, perché qualsiasi persona che ho amato è andata via, oppure mi ha presa in giro.
«Ci vediamo a casa, meraviglia.» Mi saluta con un al- tro bacio a fior di labbra e poi mi tiene aperta la porta per uscire.
La giornata sembra passare velocemente, nella pausa pranzo non ho incontrato Cam che era alle prese con la nuova vendita di Blake, così ho preso il panino che mi sono portata da casa e l’ho mangiato nella sala relax della mia azienda.
Alle diciassette esco dell’edificio e mi dirigo verso casa di Blake.
Saluto il portiere che ormai mi conosce e salgo in casa sua.
Come la sera precedente la casa è silenziosa, però vor- rei cucinare qualcosa, apro il frigo e vedo che è provvisto di qualsiasi cosa, mi chiedo chi cucini per lui.
Alle sette di sera sento le porte dell’ascensore aprirsi, vado incontro a Blake, ma non è lui che esce, bensì il mio capo Addison Carter.
I suoi occhi si sgranano e la sua espressione non è più accogliente e gentile, ma furiosa.
«Amelia, che ci fai qui?» Domanda sconcertata.
Non so cosa rispondere, perché è imbarazzante, tra tutte non pensavo che lei potesse essere una delle donne di Blake, certo lo sospettavo, ma non credevo che sarebbe stata proprio lei a varcare la soglia di casa sua.
«Preparo la cena.» Commento e basta, senza darle al- tre informazioni.
Cerco qualcosa da fare per tenermi impegnata, così prendo le zucchine e inizio a tagliarle.
«Quindi ti scopi, Blake. Un bel cavallo, hai scelto bene, peccato che non sia disponibile.» Non riesco a cre- dere che sia venuta qui per sondare il territorio.
«Non credo siano affari tuoi.» Non dovrei usare que- sto tono con lei, è pur sempre il mio capo, so per certo che domani non avrò più un lavoro.
«Oh tesoro, lo sono eccome visto che ho portato il suo bambino in grembo.»
Cosa?
Il suo bambino?
Questo è molto di più di quello che posso accettare, qui c’è un passato importante che grida prepotentemente. Blake è un uomo di quasi quarant’anni io appena una ventenne, come ho potuto pensare che non ci sarebbero stati un passato e una vita.
Le porte dell’ascensore si aprono e Blake entra in casa.
Il suo sguardo muta, quando intercetta la presenza di Addison. Io resto immobile, non riuscendo più ad avere la funzionalità del mio corpo.
«Addison, che ci fai qui?» Domanda stizzito, lei gli si avvicina e lo abbraccia, ma gli occhi di Blake si fermano su di me e sondano il mio stato d’animo.
«Dobbiamo parlare, tesoro.» Lo accarezza sul petto, nel punto in cui ho sentito il suo cuore battere per me e mi sento profondamente triste per aver creduto anche solo per un istante che fosse mio.
«Vai nel mio studio, arrivo tra un attimo.» Le impone.
Addison mi guarda sorridente, lieta di averlo strappato alla mia attenzione e si dirige verso lo studio.
«Amelia…»
«Perché non me l’hai detto, Blake?» Lo rimprovero, con gli occhi che mi bruciano dalla vergogna.
«Te lo avrei detto…» Mi fissa colpevole.
«Quando?» Incalzo. «Aspettava tuo figlio. Hai un fi- glio?» Domando con la speranza che mi dia una risposta.
Quanti segreti ci sono nel suo passato che devo ancora conoscere?
«No, non ho un figlio. Ti spiegherò tutto. Non te ne andare.» Quasi mi implora. Aspetta che io gli dia una ri- sposta ed è dolorosamente difficile.
Annuisco e lui sparisce nel suo ufficio.
Cerco di non pensare a come sta cercando di sedurlo proprio a pochi metri di distanza, so per certo che cerca sempre il contatto fisico, l’ho visto con i miei occhi e adesso che so che li lega qualcosa di emotivamente im- portante, so che non posso competere.
Continuo a preparare la cena, apparecchio e pulisco dove ho sporcato e dopo un’ora emergono.
«Oh che brava ragazza, ti ha preparato la cena.» Com- menta sarcastica toccandogli l’avambraccio.
Blake mi guarda, ma non dice nulla e questo mi fa in- furiare.
Poi si rivolge di nuovo a me.
«Non scomodarti a venire a lavoro domani, sei licen- ziata, Sloan!» Sorride e io sento il mondo cadere a pezzi ancora una volta.
Mi chiedo che cosa ci faccio qui.
«Addison, non esagerare!» La richiama, ma ormai è stato tutto deciso, dal momento in cui mi ha visto in casa di Blake.
«Non faccio lavorare le tue concubine nella mia azien- da, Blake. È denigrante.» Sento le lacrime riempirmi gli occhi e vorrei scappare, ma sembrerei una fragile ragaz- zina che si è messa in un guaio troppo grande.
«Ci vediamo, tesoro.» Lo bacia sulla guancia, davanti a me e io mi ritrovo nuovamente con il cuore spezzato e senza un lavoro.
Prendo le mie cose e mi affretto ad andare via. Voglio tornare a casa.
Avrei dovuto farlo quando si sono chiusi nel suo uffi- cio, ma ho voluto concedergli il beneficio del dubbio, ma ahimè, credo che Blake non si accorga che quando sta vicino a lei non riesce a non farsi toccare, non le dice nulla e questo mi fa male.
Inspiegabilmente mi sono legata a lui e la caduta fa decisamente troppo male.
«Dove stai andando, Amelia?» Mi domanda con il pa- nico che si riversa negli occhi.
«A casa mia, Blake. A cercarmi un altro maledetto la- voro, oppure a organizzare il trasloco per tornare in Ohio. Questo è quello che farò.» Gli dico con la voce rotta.
Cosa mi aspettavo che fosse libero per me? Sono patetica.
«Resta con me. Ti darò tutto quello di cui hai biso- gno.» Mi fermo e lo guardo.
Sembro proprio un gatto randagio in cerca di una casa, attenzioni e coccole?
Questo mi ferisce ancora di più e piango, rompendo le dighe dietro le quali ho provato a trattenere le lacrime.
Corro verso l’ascensore, ma Blake mi blocca e non oppongo resistenza, crollo tra le sue braccia e si accovac- cia con me sul pavimento.
Sono patetica.
«Non conta nulla per me, Amelia.» Mi dice all’orec- chio.
Vorrei sapere cosa si sono detti nello studio per un’ora intera.
«Perché è venuta qui?» Domando tra i singhiozzi.
«Vieni con me e ti racconto tutto.» Resto distante da lui, mi versa un bicchiere di vino e lo accetto volentieri, anche se forse avrei bisogno del suo Bourbon da cin- quanta mila dollari.
«Cinque anni fa stavamo insieme.» Inizia a raccontare fissandomi negli occhi.
«Voleva che la sposassi, ma ero nel pieno del lancio di una grossa società, quella che mi ha fatto fare il salto di qualità, non volevo sposarmi, sarebbe stato un pen- siero in più per un anno intero e questo avrebbe gravato sugli affari.» Annuisco, invitandolo a proseguire. «Tut- tavia, è rimasta incinta. Ero felice di avere un erede, qual- cuno da poter accudire e crescere, Addison lo era altret- tanto, ma quando ho concluso l’affare siamo usciti a fe- steggiare, di ritorno un camion ci è venuto addosso.» So- spira e io trattengo il fiato. «La parte peggiore l’ha avuta lei, ha perso il bambino, un maschietto, mentre io me la sono cavata con una commozione cerebrale.» È terribile. Mi dispiace.
«Era al sesto mese, quindi hanno dovuto farle un ce- sareo e far uscire il bambino. Si chiamava Ian, è venuta perché vuole che vada al cimitero con lei. Tra due giorni è l’anniversario dell’accaduto.»
«Blake,» sospiro. Non so cosa dirgli, ma so che non posso restare.
«È chiaro che sei molto legato a lei. Vi unisce un bam- bino, avresti costruito una vita con lei, è tua coetanea, di successo. Non posso intromettermi in questo rapporto, sentirmi il terzo incomodo.» Lo guardo e vedo il tor- mento nei suoi occhi.
Fa dannatamente male.
«Non posso dirti che non ci sia nulla, mi sento terri- bilmente in colpa per l’accaduto, non posso abbando- narla. Dopo l’incidente ha avuto un periodo di depres- sione, non posso allontanarmi da lei.» Adesso capisco perché non riesce a tenerla fuori dalla sua vita, si sente in colpa e non riesce a perdonarsi.
«Non sono l’unica a dover risolvere il suo passato, Blake. Una cosa che so è che il lutto te lo porterai sempre con te. È come un sassolino che porti in tasca, all’inizio è pesante, ne senti il peso che grava su di te, ma poi ogni giorno ti fai i muscoli per poterlo trasportare, così diventi più forte, ma sai che se metti la mano in tasca è lì, non può andar via, solo che ti sembra più leggero. Se la ami, è giusto che tu stia con lei.» Mi alzo dalla sedia, con il cuore a pezzi.
«Amelia,» sospira e si passa una mano tra i capelli fru- strato: è bellissimo.
«È tutto okay, Blake. Ti auguro una vita magnifica.» Mi volto e vado via. Non mi accorgo di essere arrivata a casa fino a quando non incontro il mio letto e ci passo l’intera settimana.
Tutti i diritti riservati ISBN: 9798284377963
Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi ed eventi narrati sono frutto dell’immaginazione dell’autrice. Qualsiasi somiglianza con persone reali, viventi o defunte, eventi o luoghi esistenti è da considerarsi puramente casuale. Questo libro contiene materiale coperto da copyright e non può essere copiato, riprodotto, distribuito, noleggiato, licen- ziato o trasmesso in pubblico, o utilizzato in alcun modo ad eccezione di quanto è stato specificatamente autorizzato dall’autrice, ai termini e alle condizioni alle quali è stato ac- quistato o da quanto esplicitamente previsto dalla legge appli- cata (Legge 633/1941)

